Loquor / Ecco il motivo per cui la complicità ha preso il posto di ogni cosa a partire dalla decenza
“Su questo conto ci sono due caffè di troppo”
Urbano Cairo
Leggo l’intervista di Urbano Cairo sul “Corriere della Sera” ed è una domanda la prima cosa a venirmi in mente: cosa posso fare? Viviamo in un’epoca talmente intrisa di complicità dove la prima vittima in genere è proprio l’informazione, virtù della verità delle cose. Non importa più la verità, se questa poi diventa un passo falso a nuocere la tua carriera, il cui danno va a ricasco sulla tua famiglia. E’ inevitabile che ciò accada, ecco il motivo per cui la complicità ha preso il posto di ogni cosa, a partire dalla decenza.
In una intervista perduta nel tempo, Steven Spielberg ha dichiarato con sincerità inusuale che “paura e autocensura sono errori: un’artista deve confidare nelle decenza e nell’intelligenza del pubblico”. Ha senz’altro ragione il grande regista americano, ma queste sue parole sono però anche un segno di resa, che niente ad un certo punto chi lavora nella comunicazione, fosse artistica o giornalistica, può fare per impedire alla paura e all’autoconservazione di deviare nelle ragioni di chi ha il potere il corso del tuo lavoro. Non so dire se queste mie parole sono una critica, io le vivo come segno di scoramento.
Non ce l’ho con Fabrizio Roncone, pregevole penna del “Corriere” e autore dell’intervista, ma nel lungo ritratto da lui disegnato del suo editore, che nella versione audio dura 19 minuti, al tallone d’Achille Toro dedica appena otto righe, e cinque sfiorano la comicità involontaria: “i detrattori adorano ricordargli che Silvio Berlusconi, di cui fu dipendente all’inizio della carriera, con il Milan ha cambiato la storia del calcio, cosa che- come possono testimoniare Aldo Grasso e Massimo Gramellini- non è successa con il Toro: però è vero che, nell’editoria, il Currierun e la Gazza valgono dieci Coppe dei Campioni e svariati scudetti”.
Fermiamoci su queste cinque righe, per il momento, poi parleremo delle restanti tre. La cosa a risaltare subito al discernimento, almeno al mio, è l’autoreferenza quasi narcisistica di Roncone: lui ritiene, non saprei dire rispetto a quale metro di misura, che il “Corriere della Sera” e la “Gazzetta dello Sport” valgono più dei da lui citati successi calcistici. Mettiamo sia vero, questo vuol dire che il danno per Cairo, del suo fallimento nel calcio, sia poca roba, appena un fastidio sopportabile considerati i suoi successi da editore? Quindi il problema sarebbe la serenità d’animo del suo “capo”, da ritenersi tranquillamente preservata dalla piccola macchiolina dei suoi fallimenti reiterati nella gestione del club Granata? Come può un giornalista scrivere una cosa del genere, e non provare un attimo di imbarazzo?
C’erano molti modi, la semantica italiana è un amplesso di dolore e di piacere sterminato però è ricca e variopinta, per mettere una pezza sulle disavventure calcistiche di Cairo, l’intervistatore ha scelto quello tra i peggiori. Nell’incipit, “i detrattori adorano ricordargli”, c’è una tale opera di mistificazione da lasciare un’amara sensazione di sconcerto. Chi sarebbero i detrattori? Coloro, pochi al netto dei tifosi Granata, onesti nel ricordargli la differenza tra le sue tante promesse ventennali e i fatti? Quelli incapaci dal desistere nel ricordargli la mole di debiti presenti nel bilancio del club? E dello stadio che prima non comprava perché aveva addosso l’onere dell’Agenzia delle Entrate, poi a causa del Comune che non lo aveva messo ancora in vendita (così disse in conferenza stampa a Marco Bonetto), e ora non compra perché forse ci sono problemi con Trump che ha attaccato l’Iran (sarebbe capace di dirlo), cosa vogliamo dire? Siamo detrattori se ci poniamo qualche domanda? Diccelo Roncone, su.
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Facciamo un ripasso della lingua italiana, prendiamo il “Devoto-Oli” e andiamo alla parola “detrattori”: “persone che denigrano o cercano di sminuire la reputazione, il valore o i meriti di qualcuno o qualcosa”. Vediamo la voce sinonimi: “diffamatori, calunniatori, oppositori, denigratori”. In quale di queste categorie metteresti chi ogni tanto ricorda a Cairo quali sarebbero i suoi doveri da presidente di una squadra di calcio? Visto che ci siamo immersi in una affabulazione da dizionario, non facciamoci mancare i “contrari” del termine “detrattore”: “sostenitori, ammiratori, fautori, adulatori”. Tu, tra queste ultime, in quale categoria ti metteresti, caro Roncone? Forse tra i fautori, perché solo chi sostiene con convinzione una persona può scrivere una cosa del genere: “glorificato e blandito, rispettato e temuto-possiede non comuni doti di empatia, ma se si arrabbia, scansatevi)”, ma soprattutto, ci tiene a sottolineare l’inviato del “Corriere”, “è anche molto invidiato e criticato”.
Te lo dico con franchezza, ma cosa c’entra il giornalismo con quanto hai scritto in questo passaggio? Siamo tra il “redazionale” e il “coccodrillo” in omaggio post mortem. Oppure, in modo subliminale ci stai dicendo: “ragazzi, lo so. Sto partecipando ad una cosa indecente, ma cosa potevo fare? E’ lui che paga lo stipendio. Spero capiate”. E noi infatti capiamo; è sin da quando abbiamo studiato a scuola la figura di “Don Abbondio” nei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, che capiamo. Ma vedi, poi suo banchi del Liceo abbiamo anche studiato il “kata metron”, sai quel limite umano da accettare contrapposto alla “hybris”? Ecco, quello. Gli antichi greci consigliavano la giusta misura in tutto, anche e soprattutto negli omaggi. Lo ricorda persino Christopher Nolan nella sua “Odissea”, con Ulisse messo in scena pentito di aver distrutto Troia. C’è un momento in cui, contrito fino alle lacrime, confessa a Penelope che forse con Troia si era andati un po’ oltre. Ma dall’incipit del tuo ritratto si capisce subito l’andazzo delle cose, non appena hai presentato il tuo editore con una aurea amorevole da casalinga di Voghera: “lei(Roncone) non mangia? Come non mangia? Ma no, una cosina deve mangiarla, su!... consiglio le tagliatelle Giallo Milano”.
In Corea del Nord leggono e prendono appunti, servono input quotidiani per l’agiografia della famiglia Kim. Ronconi è comunque (perdonami se in chiusura lascio il tono confidenziale) in buona compagnia riguardo l’informazione sul Toro (almeno lui ha la scusante di non occuparsi di sport), qualche giorno fa il presidente del Toro ha detto che “è venuto il momento di pensare alle operazioni di mercato in uscita, perché in entrata abbiamo già investito molto. Sa dobbiamo pensare anche al bilancio”. Di fronte a queste parole il giornalista è rimasto inerte, quasi paralizzato da improvvisa afasia, quindi impossibilitato da ricordare al suo interlocutore intento a sparare pinzellacchere in libertà, quanto fino ad oggi il mercato del Toro abbia registrato quasi del tutto dei prestiti. “Senta- ragguaglia ancora Roncone-, ma un caffè? Anzi, no: il caffè scendiamo a prenderlo al Sant Ambroeus”. Paga lui-continua Ronconi, quasi esaltandosi-. Faccio il gesto. “Non ci provi nemmeno, scherza”? Da qui capiamo che probabilmente il presidente spende troppo in caffè, ecco la ragione dei prestiti e delle prossime operazioni di mercato in uscita, tipo quella di Alessio Cacciamani.
In sintesi, anche ad ausilio di Ronconi, vorrei riepilogare l’affaire Cacciamani: non si riscatta Rafael Obrador perché sulla corsia di sinistra il Toro ha Cacciamani, prodotto del settore giovanile da valorizzare, quindi lo si dichiara incedibile, quindi si dichiara che si farà tutto il possibile per trattenerlo, quindi di fronte ad una offerta indecente partirà: “sa-dice Cairo al giornalista afasico di cui sopra-il calcio ha davvero tanti debiti. Dobbiamo essere oculati”. Il “plurale maiestatis” fa ridere, ma i debiti in effetti ci sono, ma è inutile farli presenti i misteri della “ricapitalizzazione”, per lui un arcano sconfitto con i prestiti con interessi concessi al club. Saltando a piè pari tutta la ricostruzione romanzata sul modo in cui ha preso il “Corriere della Sera”(il Toro lo ha preso per la madre, il quotidiano di “Via Solferino” perché lo leggeva il nonno dalla prima all’ultima pagina. La pratica del sadomaso porta meno fatica e dolore), tanto non interessa ad una testata che si occupa di sport, chiudiamo con l’ultima perla affidata a Fabrizio Roncone: “il Toro, se arriva uno con i soldi e la passione giusta, posso anche venderlo. Ma non s’è presentato ancora nessuno”. E’ la metafora del “criceto nella ruota” riferita al cervello: descrive un flusso continuo di pensieri ripetitivi, ansie o preoccupazioni che girano a vuoto nella mente senza portare una soluzione. La scienza dice che il criceto pare provi anche piacere nel correre senza una fine e un orizzonte dentro la ruota. De gustibus…
CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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