Appuntamento con la Storia / L'intervista al protagonista dell'inaugurazione dello Stadio Azteca e della tournée americana del 1966
Il Torino è stata la prima squadra internazionale del calcio italiano. Non ha in bacheca trofei di prestigio (vanta solo una Mitropa Cup, una delle prime competizione europee, declassata a fine
Novecento), ma è stata la prima formazione a portare il biglietto da visita del calcio tricolore in giro per il mondo nel 1914, nell’anno dello scoppio della Grande guerra. Questa dimensione
internazionale il Torino l’ha mantenuta nei 120 anni della sua gloriosa storia e c’è un calciatore granata che l’ha vissuta sulla propria pelle esattamente 60 anni fa. È l’attaccante granata Ulisse
Gualtieri che abbiamo intervistato domenica 14 giugno, in una giornata rovente, ricostruendo quello spaccato davvero “storico”, incrociando le testimonianze dell’epoca e altro materiale d’archivio.
Ulisse oggi vive, a 85 anni, nello stupendo paesaggio delle Dolomiti friulane e con lui siamo ritornati indietro di 60 anni, all’inaugurazione, il 29 maggio 1966, dello Stadio Azteca (allora i
quotidiani italiani scrivevano “Atzeka”) tra il Club América, vincitore del campionato messicano (e tra i più prestigiosi di quella nazione, fondato nel 1916), e il Torino di Nereo Rocco, di cui haparlato qualche settimana fa Matteo Curreri. Quello del ’66 era un Toro in costruzione – come quello che tutti i tifosi granata vorrebbero vedere al giorno d’oggi – che avrebbe portato nella stagione 1967-68 a vincere la terza Coppa Italia della storia, con presidente Orfeo Pianelli, allenatore Edmondo Fabbri e miglior marcatore Nestor Combin.
La partita inaugurale dello stadio dei record messicano finì 2-2. Quel pareggio agguantato e divenuto subito storico fu merito proprio di Ulisse Gualtieri che era venuto al mondo il 27 marzo
1941 a Casalbuttano ed Uniti, località di poco più di 3.000 anime del Cremonese (il giocatore non va confuso con un pittore omonimo, suo nipote paterno, nato nella stessa località lombarda nel
1957, che ringrazio per la collaborazione prestata). Alto 1 metro e 71, Ulisse, come tanti ragazzi del tempo, aveva cominciato “a giocare all’oratorio San Giorgio di Casalbuttano”: gli amici gli dicevano che era bravo e un giorno due di loro portarono un dirigente del Vigevano, allora in serie C, a osservare Gualtieri che venne preso dal team lombardo: era la stagione 1958-59, il diciassettenne Ulisse venne inserito nelle Giovanili di una squadra che fu promossa in serie B, ma lui fece appena cinque presenze.
Ulisse tifava Cremonese, ma “purtroppo” – ha dichiarato nel 2021 a Giorgio Barbieri de «La Provincia» – non ci furono contatti con la formazione grigio-rossa. Dopo quella stagione, Ulisse passò, via Inter, al Torino, vincendo il campionato cadetto ed esordendo in una gara casalinga contro il Parma (27 marzo 1960). L’attaccante lombardo aveva piedi e testa più che buoni, ma si vide sopravanzato da compagni di squadra più rodati, come Giuseppe Virgili e Carlo Crippa che a loro volta avevano come “primi rincalzi” – ha sottolineato Sergio Bertolino – Sergio Santelli e Giuseppe Pellis; dopo questi ultimi sarebbe toccato a Gualtieri e a Umberto Angeli, nato a Fiume nel 1938, “un altro caro amico”, ha ricordato Ulisse.
Gualtieri si ricorda “bene l’esordio in serie A”, il 26 marzo 1961, contro il Lanerossi Vicenza, gara terminata con la vittoria granata per 2-0, grazie a una rete sua (32’) e una successiva di Crippa (80’). Il Torino era una squadra “in corsa per la salvezza” e disputò una solida gara: non segnava una rete da tre domeniche, aveva una “difesa solida e un attacco leggero” – scrisse Paolo Bertoldi su La Stampa –, ma aveva una carta di riserva, la possibilità di “aggiungere qualcosa per spingere la compagine al successo”, la valorizzazione dei talenti giovanili: con Bearzot libero da compiti di marcatura, le ali impegnate, tra cui Gualtieri, erano costrette a tornare in difesa per tenere testa ai contropiedi dei veneti, senza peraltro rinunciare, dopo una prima fase in cui la partita risultò imballata dalla “preoccupazione generale” delle due formazioni di non prender gol, ad attaccare. Così, il giovane Ulisse approfittò, su corner di Crippa, dell’uscita incauta del portiere vicentino Bazzoni che si lasciò sfuggire la palla: Gualtieri, che era già saltato, fu costretto a compiere un rapido dietro front e a fare una “girata” che fece gonfiare la porta, festeggiando dunque con una bella rete il suo esordio nella massima serie.
Tra 1959 e 1963 l’alternanza di Gualtieri con altri giocatori continuò, complice pure come vedremo ripetuti infortuni, facendo registrare 51 presenze e appena 5 reti: ne conseguì la decisione di girarlo in cadetteria (Cosenza, 1963-64, e Modena, 1964-65); rientrò al Toro nel 1965-66, stagione in cui fece appena 3 presenze e nessun gol. Al termine del campionato arrivò la trasferta d’oltreoceano. Il Torino aveva subito accettato l’invito degli azulcremas – come veniva chiamato il Club América di Emilio Azcárraga Milmo, proprietario dell’emittente televisiva messicana Televisa – di inaugurare il nuovo stadio, progettato dagli architetti Pedro Ramírez Vázquez e Rafael Mijares Alcérreca, nel quartiere di Sant’Ursula. L’Azteca, pianificato per le Olimpiadi del ’68 e i Mondiali del ’70, sarebbe diventato con il tempo lo stadio dei record: è l’unica struttura al mondo ad aver ospitato tre edizioni dei Mondiali (1970, 1986, 2026) e due finali di questo stesso torneo (1970, 1986) e, ancora, quella che ha accolto più partite di una fase finale dei Campionati mondiali (24), comprese quelle del 2026, e pure in una singola edizione, le 10 partite dell’edizione 1970.
Perché il Torino e non un’altra tra le squadre italiane di vertice? Proprio perché la formazione granata era abituata da mezzo secolo alle trasferte estere e il nome del Grande Torino era ancora un
blasone riconosciuto in tutto il mondo. In generale, il mondo del 1966 guardava con preoccupazione alla guerra in Vietnam, mentre in Cina aveva inizio la rivoluzione culturale e in Italia il centro-sinistra conosceva una fase di ristagno cosicché Moro doveva formare, il 22 luglio di quell’anno, il suo secondo governo: dal canto suo la Dc, per rafforzare la sua unità, esigeva la presenza nella squadra governativa di tutte le sue correnti e degli altri partiti (Psi, Psdi, Pri). Il ’66 fu anche l’anno della riunificazione socialista – nacque il PSU, partito presieduto da Pietro Nenni che sarebbe durato solo tre anni –, di forti mobilitazioni studentesche, dell’alluvione di Firenze e dell’apice raggiunto dal terrorismo sudtirolese, con la morte di quattro giovani finanzieri in Alto-Adige (come ho avuto modo di ricostruire in un mio recente libro sulla storia della Guardia di Finanza); sul fronte calcistico, la Nazionale italiana venne clamorosamente eliminata ai Mondiali inglesi di quell’anno dalla Corea del Nord, con Pak Doo-ik (con qualifica di dentista, senza aver esercitato) che, per quel gol sorprendente segnato il 19 luglio del ’66, divenne una sorta di eroe nazionale, regalando al Paese asiatico una sorprendente qualificazione ai quarti di finale. Nel 1966 Ulisse Gualtieri aveva compiuto 25 anni, si sarebbe sposato con la torinese Maria (detta familiarmente Mery) in una chiesa di Venaria Reale ed era rientrato da due prestiti in cadetteria al Toro, la squadra con cui più ha giocato e che gli stava per offrire un’occasione suggestiva.
Qual è il primo ricordo dell’ambiente granata?"Bellissimo, andare al Filadelfia era un’emozione unica. Io avevo un carattere gioviale ed estroverso e tra giocatori eravamo tutti amici: non c’era invidia verso chi giocava. Tra i dirigenti ricordo il presidente Pianelli e il vice Traversa, due persone stupende. Ma tutto l’ambiente era elettrizzante".
Che squadra era il Toro del 1965-66?"Era una squadra forte. Ricordo in particolare Lido Vieri, Giorgio Ferrini, due grandi calciatori e grandi persone sul piano umano. Ero molto affezionato anche a Roberto Rosato, una sorta di fratello per me, e ad Enzo Bearzot, che già allora veniva soprannominato “il vecio”: il friulano era gentile, mi dava dei consigli. Ma tutto il Toro era un ambiente di amici e di professionisti".
La tournée americana del Torino ebbe inizio il 26 maggio 1966 con un viaggio aereo lungo, caratteristico dell’epoca, che, dopo scali a Francoforte, Colonia e Montreal, si concluse a Città del
Messico alle 22.05 locali, corrispondenti alle 6.06 italiane: al team granata – guidato dal Giorgio Ferrini che aveva già affrontato nel ’62 la trasferta sfortunata dei Mondiali in Cile – fu riservata
un’accoglienza festosa da parte di numerosi italiani colà trasferitisi – tra cui l’ex ciclista Luigi Casola (1921-2009) che aveva lasciato la penisola, nel 1960, per il Messico dove era diventato
direttore tecnico della Nazionale di ciclismo –, mentre una delegazione di calciatori venne ricevuta all’ambasciata italiana. I granata allenati dal Paròn Rocco, che avevano chiuso al decimo posto il campionato, arrivarono sballottati dal fuso orario e frastornati dalla mancanza di assuefazione al clima e all’altezza, visto che si giocava a oltre 2.200 metri sul livello del mare cosicché negli spogliatoi si trovavano “pronte all’uso” bombole di ossigeno.
Il nuovo stadio era il “vanto delle autorità civili e sportive” messicane, appariva “maestoso” nella sua capacità di ospitare oltre 100.000 spettatori e il match si giocò con “una temperatura impossibile, sui 35-40 gradi”, ha rammentato Ferrini: inoltre, il pallone era stato gonfiato “con un po’ di ossigeno” e consentiva “di effettuare violenti tiri da qualunque distanza”, tiri che si sarebbero registrati ripetutamente nel corso dell’incontro. La gara avrebbe dovuto iniziare a mezzogiorno ma la lunghezza dei cerimoniali fece sì che iniziasse alle 12.25 locali: l’arbitro era il sig. Fernando Buergo, gli spalti erano “gremiti”, con in tribuna autorità il presidente messicano Gustavo Díaz Ordaz Bolaños, che diede il calcio inaugurale, il presidente della FIFA Stanley Rous e il capo del Dipartimento del Distretto federale Ernesto Uruchurtu Peralta.
Gualtieri, che ricordo conserva di quella partita?"Si giocò nel nuovo, immenso stadio. Fu una partita bella e combattuta, disputata con un gran caldo – ma da quelle parti fa quasi sempre caldo – e in un'atmosfera festosa: i nostri avversari vantavano diversi brasiliani che militavano in nazionale ed erano una formazione molto forte. Eppure, non sentivamo la pressione dei 100.000 presenti: eravamo tutti professionisti".
Tuttavia, il Torino faticò a carburare, mentre i messicani assunsero subito il comando delle operazioni, segnando un roboante gol con il brasiliano Arlindo dos Santos, bicampione mondiale,
che sfondò con una forte staffilata la porta difesa da Lido Vieri; Arlindo, famoso per i suoi “missili terrificanti”, prese di lì a poco la traversa, occasione con cui di fatto si chiuse la prima frazione di gara. Nel secondo tempo sembrò andare in scena la stessa musica: un’altra bordata dalla distanza di Mendoza colpì il palo e sul ritorno in campo del pallone fu lesto a precipitarsi Josè Alves detto Zague che raddoppiò, facendo esaltare Ángel Fernández Rugama (1925-2006), lo storico giornalista messicano che detiene il record del “goool” cantato più lungo della storia del calcio messicano. Già nel primo gol degli azulcremas il cronista se ne era uscito con un “goool” della durata di cinque secondi!
A questo punto, pareva tutto scritto; la squadra detentrice del campionato messicano che bagna con una bella vittoria l’inaugurazione del nuovo “tempio”; gli ospiti che recitano la parte
dell’agnello sacrificale; la festa che dallo stadio poteva riversarsi sulla capitale, con il patron Azcárraga e le autorità statali in visibilio. A rovinare tutto fu proprio Gualtieri.
Riguardando le immagini in bianco e nero della gara, lei fece effettivamente due gol stupendi."Davvero, sono felice che me lo dica. Effettivamente giocammo una bella gara".
Dapprima Gualtieri, “il siete del Torino”, raccogliendo un passaggio di capitan Ferrini, travolse conuna pregevole palombella, “de piatto” – chiosò Rugama –, il portiere del Club América Ataulfo il quale venne di lì a poco trafitto da un’incornata di testa dello stesso Ulisse che si fece trovar pronto su un traversone dalla destra. I granata ebbero anche l’ultima occasione della partita, sempre con lo scatenato Gualtieri che s’involò sulla fascia destra e poi di sinistro mise al centro dove Ferrini scoccò dal limite dell’area un tiro che, deviato da un difensore, costrinse Ataulfo a un’autentica impresa pur di evitare il più clamoroso degli autogol a una manciata di minuti dalla fine.
Questo l’undici granata sceso all’Azteca: Vieri, Cereser, Fossati, Puja, Cella, Pestrin, Gualtieri, Ferrini, Schütz, Moschino, Simoni. La Stampa sottolineò come i messicani, dopo aver fatto registrare una chiara supremazia “per i due terzi della gara”, erano stati travolti “dall’abile reazione degli ospiti” che erano riusciti a raggiungere “un ormai insperato pareggio” con la doppietta di Gualtieri.
Prima di rientrare in Italia, la tournée americana dei granata proseguì sempre all’Azteca, il successivo 2 giugno davanti a 70.000 spettatori, con una seconda partita in cui il Toro superò 2-0 il Necaxa, fresco vincitore della Coppa presidenziale ai danni del Club América, con reti di Ferrini e Simoni.
Qui capitò un episodio particolare, vero?"Sì, a fine partita i dirigenti del Necaxa vennero a cercarmi, offrendomi un contratto per passare con loro. Rifiutai perché mi ero appena sposato, forse sbagliai. Inoltre, si mise di mezzo la Società granata e l’affare saltò".
Dopo quella vittoria, i granata si concessero una pausa con una gara di nuoto: il vicepresidente Traversa mise in palio 20 dollari per il vincitore, premio che andò a capitan Ferrini. Il Toro si trasferì quindi in Perù dove venne a sapere della cessione di Rosato al Milan, notizia che turbò in parte l’ambiente granata, in particolare la bandiera Ferrini che per un frangente desiderò
pure lui di essere ceduto. Nel Paese andino, dove stava per iniziare l’inverno, i giocatori del Toro trovarono “un clima normale per le nostre abitudini”; Ferrini rammentò Lima come “una città opaca”, con “il sole che quasi non appare e la luce è grigia”. Il 12 giugno i granata affrontarono, allo Stadio nazionale della capitale davanti a 15.000 spettatori, l’Alianza di Lima, detentrice del titolo peruviano, superata per 2-1, con reti italiane dell’esordiente Facchin e Simoni. Nel secondo incontro peruviano il Toro affrontò l’Universitario di Lima, giunto secondo in campionato e contro cui aveva perso di recente il Milan: i granata vinsero con un altro 2-0, siglato da Gualtieri e dal tedesco Jürgen Schütz: una gara correttissima, con i granata che lasciarono lo
stadio “tra gli applausi”.
Dal Perù il Torino raggiunse il Cile e nella capitale Santiago Ferrini ritrovò il centrocampista Eladio Rojas, componente della nazionale che aveva eliminato gli azzurri. I granata furono ricevuti
all’ambasciata italiana e poi affrontarono il Colo-Colo, il 22 giugno, sempre con Gualtieri nell’undici titolare: i cileni passarono in vantaggio con Aravena, il Toro pareggiò con Facchin,“migliorato rispetto alle precedenti prestazioni”, annotò Bruno Bernardi nella lunga intervista a Ferrini, comparsa su La Stampa; per Ferrini questa fu “la prova più facile” nella quale però il Toro non riuscì a esprimere “la propria superiorità”. Da Santiago il Toro passò a Buenos Aires, dovendo fare a meno di Simoni, indisposto per un “attacco di angina”: i granata trascorsero tre giorni “da turisti” nella capitale argentina, poiché saltarono sia l’amichevole con il River Plate sia quella con il Racing; per ventiquattro ore i calciatori del Toro furono ospiti del River Plate, con il senigalliese Renato Cesarini a fare “gli onori di casa”; Ferrini conobbe nella circostanza “l’intramontabile Carrizo” e rivide il talent scout José Curti che aveva giocato nel Toro nella stagione 1955-56 – “un incontro commovente” – e a cui doveva la carriera, dato che lo aveva portato, quando aveva 16 anni, dalla Ponziana di Trieste al Torino; negli altri due giorni il Torino fu ospite della Cinzano.
Dall’Argentina i granata intrapresero un volo di 16 ore verso gli Stati Uniti, volo condiviso, dall’ecuadoriana Guayaquil a New York, con il Milan; dalla Grande Mela i granata volarono a
Toronto dove il 29 giugno affrontarono il Bayern Monaco, “la squadra più forte da noi incontrata”, sottolineò Ferrini: ne scaturì “la nostra più bella partita”, disputata davanti a circa 10.000 spettatori, tra cui numerosi immigrati italiani, nella quale, nonostante il gioco ruvido dei tedeschi, i granata andarono in vantaggio grazie a un rigore siglato da Schütz e raddoppiarono con Moschino; ma nella ripresa i tedeschi acciuffarono il pareggio con reti di Ohlhauser e Werner; risultato finale, 2-2.
Gualtieri, quella di Toronto fu l’unica partita della tournée che non disputò. Perché?"Mi ero leggermente stirato e lo staff consigliò un po’ di riposo. Già nel 1962 mi ero rotto i legamenti al piede sinistro durante una partita a Catania, dopo che un difensore rossoblù era entrato in maniera ruvida; a quel punto l’allenatore Santos, quello con cui ho più legato durante gli anni in granata, mi chiese di rimanere in campo, facendo l’ala; quei minuti rovinarono ancor più le mie gambe già provate. Ebbi un nuovo infortunio a Losanna, nel maggio seguente, alla fine della partita valida per la Coppa dell’Amicizia (una competizione nata nel 1959 tra formazioni italiane e francesi, estesa nel ’62 a quelle svizzere, ndr), vinta per 2-1 dal Toro".
Stampa Sera riportò, il 14 maggio 1962, che al termine della gara in Svizzera Gualtieri aveva urtato con la gamba destra la targa di un’auto ferma nel parcheggio dell’albergo; l’attaccante granata
ricevette le prime cure alla clinica Longeroi della città svizzera, “con dieci punti di sutura interna e undici in superficie” e due settimane di fermo. Inoltre, il compagno di squadra Antonino Gerbaudo, difensore, aveva avuto la peggio un duro scontro con il mediano svizzero cosicché il Toro rientrò, in treno, con due infortunati, immortalati dal quotidiano torinese in una foto al loro successivo ricovero all’ospedale Maria Vittoria del capoluogo piemontese.
Tali incidenti hanno condizionato la sua carriera?"Sì, tantissimo. Ero militare e i medici dell’esercito intendevano operarmi. Ma la società granata optò per un gesso che tenni per 60 giorni. Eppure, al rientro in campo incontrai più di una difficoltà".
Torniamo alla tournée americana. La sera dopo la prima amichevole in terra canadese, il 30 giugno 1966, Torino e Bayern si affrontarono a New York in una sorta di return-match, finito anche questo in parità, 3-3, con “poca gente” allo stadio di Randall’s Island, circa 10.000 spettatori, dal momento che lo sport più seguito negli States era, ed è, “il baseball”; infatti, in uno stadio vicino si stava disputando un incontro di baseball. Ferrini rivide nella circostanza Mario Magnozzi, “ex calciatore azzurro dell’epoca d’oro” (attaccante negli anni Venti e Trenta di Livorno e Milan), che venne a salutare la comitiva granata. Il Toro si portò in vantaggio con Schütz, Ferrini siglò una doppietta, ma i tedeschi risposero con altrettanti gol: segnarono di nuovo Ohlhauser e Werner – gli stessi che avevano timbrato in Canada – e, nel finale, Brenninger. Ferrini chiosò con queste parole: “Volevamo chiudere la tournée con un successo, ma il Bayern ce lo ha impedito. Siamo comunque imbattuti. Abbiamo realizzato tre vittorie e quattro pareggi”.
La doppietta all’Azteca non portò grande attenzione a Ulisse Gualtieri che venne ceduto, in estate, all’Alessandria, in Serie B: il 7 settembre 1966 di quell’anno i grigi incontrarono in Coppa Italia
proprio il Torino che vinse di misura con gol di Gigi Simoni (84’). Gualtieri disputò altre otto stagioni, passando, dopo solo un anno, dall’Alessandria al Livorno e poi alla formazione canadese Toronto Italia-Falcons: questo team era una evoluzione del Toronto Italia e ospitò diversi calciatori talentuosi di origine italiana e sudamericana; la squadra annoverava tra i calciatori Gualtieri (“oltreoceano mi chiamavano Ulysses”) e concluse al primo posto la stagione regolare della Eastern Canada Professional Soccer League (ECPSL), dominando il campionato con
44 punti, frutto di 21 vittorie, 2 pareggi e una sola sconfitta. Nonostante l’ottimo piazzamento, i Toronto Italia-Falcons furono sconfitti nella finale dei playoff (la cosiddetta Presidents Cup) dal
Toronto Inter-Roma.
Cosa ricorda dell’anno in Canada?"In realtà a giocare nella formazione canadese doveva andare il centravanti dell’Inter che rifiutò: allora qualcuno fece il mio nome, mi offrirono un bel contratto, pagando in anticipo. Si trattò di un anno bellissimo: la gente mi fermava per strada, specie gli immigrati italiani, mentre i dirigenti del Toronto avevano pronto un altro anno di contratto. Mia moglie aveva aperto due boutique nella città canadese, ma desiderava rientrare in Italia per seguire i negozi di moda".
L’ex granata rientrò così in Italia dove concluse la carriera in serie D con la Sarzanese – formazione nata come i granata nel 1906 – che retrocesse in quel torneo.
Lei ha smesso di giocare nel 1973, cosa ha fatto dopo?"Ho provato a fare l’allenatore, ma avvertivo troppa emozione, troppa partecipazione. Così ho fatto il rappresentante di articoli sportivi per la ditta Cerruti, risiedendo a Livorno dove mia moglie gestiva un negozio e trascorrendo un paio di mesi l’anno in Sardegna. Mi tenevo in forma praticando diversi sport, in particolare ciclismo e golf. Ho un ricordo molto affettuoso dei livornesi e di Livorno, città in cui torno spesso e dove conservo molti amici, così come in diverse altre località italiane, da Alessandria a Desenzano, alla stessa località natale. Dodici anni fa ci siamo trasferiti in Friuli dove avevamo delle case. È stata una nuova vita e tutto è andato bene fino all’arrivo del Covid, quando la situazione è diventata, come un po’ in tutto il mondo, problematica".
E il Torino?"Ho seguito lo scudetto del ’76, ma soprattutto sui giornali, visto che ai tempi nelle tv in bianco e nero non facevano vedere tutte le gare. Una grande emozione".
Segue ancora il calcio?"Non più, quello italiano è troppo difensivista. Al rientro dal Canada avevo portato con me i ritagli di giornali che parlavano delle mie partite, ma questi ritagli sono finiti nelle mani dei nipoti e non li ho più visti".
All’Ulisse granata la prima partita della tournée americana portò gloria immortale, visto che nella partita inaugurale del Mondiale 2026 i cronisti si sono ricordati di lui, di quel centravanti
venticinquenne che, utilizzato nel campionato precedente dal Torino appena tre volte, spense in una manciata di minuti il sogno messicano di coronare con una vittoria l’inaugurazione dell’Azteca. L’unica fotografia di quella partita inaugurale pubblicata sulla stampa italiana il giorno dopo riportò un contrasto tra il granata Giancarlo Cella e un calciatore messicano, ma il nome di Gualtieri era già passato alla storia. L’impegno serio e professionale, anche in seconda fila e nonostante gli infortuni, prima o poi paga sempre.
MARCO SEVERINI - Insegna Storia dell’Italia Contemporanea e Storia delle Donne nell’Italia contemporanea presso l’Università di Macerata. Ha tenuto corsi e lezioni in Europa e negli Stati Uniti e ha vinto il Premio Nazionale di Cultura ‘Frontino-Montefeltro’. Da sempre grande tifoso granata, ha scritto Senso di appartenenza granata (2016) mentre al recente Salone Internazionale del Libro di Torino (lunedì 18 maggio 2026) ha presentato, insieme a Davide Bonsignore di “Toro News”, il suo ultimo libro, 120 motivi (e anni) per tifare Toro (2026), (già esaurito, la ristampa uscirà a fine giugno).
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