Torna "Appuntamento con la Storia", di Marco Severini: "Dopo la terza vittoria consecutiva contro il Monza, Ignazio Abate..."
Serie A, esoneri da record nelle ultime stagioni: il paragone con il resto d'Europa
Dopo la terza vittoria consecutiva contro il Monza, Ignazio Abate è stato rimbrottato da alcuni cronisti per non aver sorriso; quattro giorni dopo, a seguito della sconfitta casalinga con il Como – una partita in cui i granata sono stati avanti per 1-0 grazie alla rete del capocannoniere Adams fino all’81’ –, l’allenatore ha affermato che era molto arrabbiato e non avrebbe dormito la notte. Che il tecnico di origine campana prediliga un profilo basso, focalizzato sul campo e sulla crescita dell’identità di squadra non è più un mistero così come il parallelismo evidente tra l’atteggiamento che ha scelto di tenere e quanto richiesto ai suoi giocatori: da una parte, il contegno serio e concentrato del ct, dall’altra la domanda agli undici che vanno in campo di formare un team coraggioso, determinato, capace di giocare valorizzando il sacrificio, l’intensità e lo spirito di appartenenza dimostrati nei giorni di allenamento.
Tuttavia, l’obiezione fatta dai commentatori – sempre, peraltro, alla ricerca spasmodica di una notizia – è più che lecita perché il Torino ha già una sua (costruita) identità, un suo (definito) senso di appartenenza, una sua (gloriosa) vicenda storica: spetta a dirigenti, allenatori e calciatori potenziare questo patrimonio, adattandolo al presente.
Quindi, in buona sostanza, la giusta obiezione segnala una carenza che rimane preoccupante e vistosa, la conoscenza profonda dell’autentico mondo granata, al di là di luoghi comuni, stereotipi o dei banali riferimenti che si trovano in rete.
Tutta la storia granata è stata percorsa da sorrisi, pur frammisti a dolori e tragedie: sorridevano nel 1906 i fondatori e primi interpreti del club in cui si mescolavano italiani, svizzeri, argentini, oriundi, gente che aveva la valigia sempre pronta e non già per cambiare una casacca calcistica, ma per trovare un lavoro così da sfamare sé stessi e il proprio clan; ci sono foto in cui appaiono sorridenti i componenti del trio delle meraviglie (Adolfo Baloncieri, Julio Libonatti, Gino Rossetti: due italiani e uno, il secondo, argentino di Rosario) che nella stagione 1927/28, pur avvertendo lo stesso imperativo di vincere dei nostri giorni, consegnò il primo scudetto ufficiale al Torino Football Club, segnando complessivamente 89 reti ( Baloncieri 31, Libonatti 35, Rossetti 23); così come non pochi sono gli atteggiamenti sorridenti in cui sono stati colti, negli anni Quaranta, gli Invincibili del Grande Torino, a partire dal capitano Valentino Mazzola, autentico trascinatore e leader in campo, ma dal carattere riservato e silenzioso, plasmato in una famiglia umile e dall’etica del lavoro: dato che il padre Alessandro, operaio all’ATM, era stato licenziato all’epoca della grande depressione, Valentino venne impiegato a 11 anni come garzone dal fornaio e a 14 andò a fare l’operaio nel lanificio della località natale, Cassano d’Adda; le foto del capitano granata sono state considerate una sorta di metafora della gioia e della straordinarietà rappresentata dal Grande Torino, simbolo della rinascita di un intero Paese.
E in quanti scatti sono stati immortalati sorridenti i gemelli del gol Pulici e Graziani, protagonisti dell’ultimo scudetto, o i calciatori dei primi anni Novanta che hanno portato in dote l’ultimo trofeo, la Coppa Italia 1992-93? Anche Andrea Pennellone Silenzi – il primo calciatore italiano ad aver giocato in Premier League (al Nottingham Forest, 1995-96) – veniva tacciato di non sorridere mai, eppure conservo da qualche parte una figurina che lo ritrae sorridente. E che dire dell’ultima bandiera granata, Andrea Belotti, approdato alla nuova vita di goleador col Modena in cadetteria (sei reti in altrettante presenze) dopo stagioni travagliate (Roma, Como, Benfica, Cagliari), che subito dopo aver insaccato sorride in maniera contagiosa mentre mette in scena il suo marchio di fabbrica, l’esultanza del Gallo, portandosi la mano aperta alla fronte per mimare appunto la cresta di un gallo?
L’intera storia della civiltà occidentale è stata plasmata dal sorriso: Aristotele sosteneva che ridere è una delle caratteristiche principali degli esseri umani, anche se nell’antichità greco-romana il sorriso veniva spesso associato al popolo minuto, il cosiddetto popolino; quando nel Medioevo il sorriso entrò in pianta stabile nella nostra civiltà, si consigliava peraltro di non mostrare i denti in pubblico poiché molti associavano tale atteggiamento addirittura al diavolo. Due anni prima della rivoluzione francese, nel 1787, arrivò la svolta allorché, in occasione del Salone dell’Accademia Reale al Palazzo del Louvre, la nota pittrice e ritrattista parigina Élisabeth-Louise Vigée-Le Brun presentò il suo celebre Autoritratto con la figlia Julie – entrambi sorridenti –: ciò desto grande scalpore e discussioni infinite tra il pubblico del tempo.
Lo choc creato nel mondo dell’arte ebbe grandissima risonanza a livello mondiale tanto che da quel momento il sorriso non solo assunse definitivamente un valore accreditato e si diffuse in ogni ceto sociale, ma divenne una modalità auspicabile per mostrare sentimenti positivi, reali, sinceri; l’avvento della medicina dentaria – con l’istituzione, nel 1840, nella statunitense Baltimora della prima scuola di odontoiatria al mondo – contribuì a sviluppare e far radicare questa tendenza sociale.
C’era e c’è ovviamente differenza tra sorriso e riso e, non a caso, quest’ultimo divenne, nel 1980, il perno centrale della trama e il vero movente dei delitti immaginati in un’abbazia benedettina da Umberto Eco nel suo capolavoro, Il nome della rosa (1980) in quanto il mistero delle morti ruotavaattorno al secondo libro della Poetica di Aristotele, un testo perduto nella realtà storica che nel romanzo trattava della commedia e della forza liberatoria del riso.
Abbiamo ricordato in una delle prime puntate di questa rubrica come i giocatori del Grande Torino siano stati antesignani della nascita della Repubblica Italiana: infatti, non solo il 17 settembre 1945 il Torino giocò, in amichevole a Losanna, la prima partita all’estero di una squadra italiana nel secondo dopoguerra, sfoggiando sulla casacca uno scudetto repubblicano, cioè senza il simbolo sabaudo, dieci mesi prima della nascita della Repubblica, ma alla vigilia dello storico appuntamento del 2 giugno 1946, otto tra giocatori e allenatori del Grande Torino (Valentino Mazzola, Guglielmo Gabetto, Mario Rigamonti, Ezio Loik, Alfonso Santagiuliana, Sergio Piacentini, Alfredo Bodoira e Antonio Janni), per lo più repubblicani e di simpatie comuniste, firmarono un manifesto del Pci cheinvitava a votare repubblica dichiarando: «Siamo lavoratori e come tutti i lavoratori italiani voteremo per la REPUBBLICA!».
Ad annunciare l’esito dello storico voto del 2 giugno 1946 non fu però un campione di calcio, ma una giovane il cui nominativo è stato ignorato per 70 anni!
Era la fotografia di una giovane bella e sorridente, immortalata nel numero 22 (15-22 giugno 1946) del settimanale «Tempo» – il primo settimanale illustrato a colori della nostra storia – una giovane che, graziosamente addobbata con vestito di cotonina stampato, in alcune pose alzava in alto il braccio destro stringendo la mano in segno di vittoria e con la sinistra teneva in bella vista la prima pagina del «Corriere della Sera» che titolava È nata la Repubblica Italiana, mentre in altre bucava con il viso questo stesso giornale.
Ebbene, il nominativo di quella giovane che stava per compiere 24 anni, impiegata nell’amministrazione dell’«Avanti!» e fotografata da Federico Patellani nel giugno 1946 sul tetto del Palazzo dei giornali in piazza Cavour a Milano, è rimasto sospeso per sette decenni tra XX e XXI nel corso dei quali parte dei 41 scatti della Leica di Patellani sono stati utilizzati in una miriade di libri, riviste e giornali.
Solo nel 2016 il giornalista Mario Tedeschini Lalli, incuriosito del fatto che non si sapesse il nome di quella giovane bella e sorridente, ha lanciato in rete la domanda, vedendosi rispondere dalle figlie di Anna Iberti (1922-97), moglie del giornalista Franco Nasi, che si trattava appunto della loro madre, morta da quasi un ventennio: una grande lavoratrice, che non ebbe certo a vantarsi di quelle foto iconiche – oggi conservate nel il Museo della Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo – e dedicò la sua esistenza alla famiglia, al lavoro e all’impegno sociale.
Il maschilismo tutt’altro che debellato e il mondo patriarcale hanno quasi sempre confinato le donne nell’oblio. Ma la ricerca storica continua a riscoprire volti, immagini ed esperienze di donne che hanno lasciato un segno nella nostra vicenda storica. Così, pur tardivamente, lo scorso 2 giugno 2026 ad Anna è stato riservato un francobollo, rielaborando il celebre scatto di Patellani; il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – che il 31 dicembre 2025 aveva fatto il suo discorso di fine anno con la foto di Anna sullo sfondo – vedendolo, ha così commentato: «È davvero molto bello, di grande significato, un’immagine ormai diventata un’icona della Repubblica».
Non sarebbe male, in un’epoca surclassata da anniversari, festività e cerimonie di ogni tipo, istituire la Giornata del sorriso granata, una domenica in cui i nostri giocatori interpretino con un sorriso quanto avvenuto in campo: la foto di venerdì scorso con la squadra in posa sotto la Maratona festante dopo la vittoria con il Monza, e nella quale sorridono tutti, pure le riserve, è già entrata nel patrimonio identitario granata.
Manderò a Ignazio Abate copia del libro di imminente uscita in cui ho ricostruito le vicende delle italiane che hanno lasciato un contributo importante nel processo di emancipazione femminile.
Ma, nell’attesa mi auguro di vederlo comparire ai microfoni sfoggiando un sorriso – non importa se dopo una vittoria, un pareggio o una sconfitta – perché, soprattutto dando un’occhiata a questi tempi difficili e controversi, possiamo star certi del fatto che, prima o poi, un sorriso ci salverà.
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