Lo scrittore e giornalista torinese e torinista analizza il momento granata in modo lapidario: "Tristezza enorme"

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Cairo tra insoddisfazione e Njie: sono parole forti (VIDEO)

Gianluca Favetto è in partenza per Ventotene per un seminario letteraio in cui toccherà due temi: isole e esilio. "Sono un po' in ritardo e sono un po' nervoso, poi se penso al Torino mi innervosisco ancora di più" dice scherzando ma non troppo. La chiacchierata con lo scrittore e giornalista torinese e torinista parte dalla letteratura e poi inesorabilmente si sposta sul Torino. Da Stevenson e dal Robinson Crusoe alle ultime dichiarazioni di Urbano Cairo il passo è breve, forse troppo. "Sulle ultime dichiarazioni di Cairo non ho molto da aggiungere, non mi sembra abbia detto nulla di interessante. Si tratta delle sue solite modalità comunicative. Ho trovato più interessanti le parole di D'Aversa francamente" evidenzia Favetto.

Gian Luca Favetto

Cosa l'ha colpita delle parole di D'Aversa? "Mi ha colpito che abbiamo perso un'altra bella persona. Potevamo non perdere D'Aversa, potevamo non perdere Vanoli. Magari tra un po' perderemo Abate".

Cosa vorrebbe da Abate? "Bella domanda. Non saprei su cosa possa lavorare. Abbiamo bisogno di una persona con tanta voglia, ma non la voglia di schemi e di moduli. Nella vita mi occupo della parola e l'unica cosa che vorrei da Abate è una comunicazione diversa. Lo stesso vale per i nostri giocatori. Vorrei che Abate, dovendo parlare, dicesse cose vere, parlasse come Silvio Baldini. Vorrei che dicesse cose che provenissero dal cuore. Le dichiarazioni dei tesserati del Torino sono vuote, sono scariche. Ci vorrebbe lo spirito di Mihajlovic, non scomodo nemmeno più lo spirito del Toro perché non credo esista ancora. Questo non vuol dire che dobbiamo giocare facendo falli, non dobbiamo giocare alla Cereser, possiamo anche farlo alla Claudio Sala. Se tu senti parlare i grandi vecchi della nostra storia, percepisci subito che hanno qualcosa in più".

Le prime cinque giornate di campionato e la disastrosa eliminazione in coppa Italia cosa le hanno lasciato? "L'altro giorno guardavo in pizzeria con amici Turchia-Italia. Non avevamo alcuna aspettativa, poi sono arrivati i gol azzurri e siamo rimasti tutti molto colpiti. Direi che la stessa sensazione di incredulità l'avevo avuta a Firenze con il Torino. Non mi aspettavo nulla, invece arrivò una bella vittoria in rimonta. Il Torino mi ha dato la stessa sensazione in questo inizio di stagione: tristezza enorme".

La rosa attuale del Torino è penultima per fedeltà nella massima serie del calcio italiano: da qui partono i problemi? "L'aspetto è negativo, però ne porto un altro positivo: siamo molto giovani. Bisogna lavorare affinché questi giovani possano restare altri 300 giorni, 600 giorni al Torino. Come fare? Costruendo una casa comune insieme. Serve lo spirito di comunità. Invece, oggi siamo una porta scorrevole dell'hotel Bristol. Resto dell'idea che uno dei discorsi più intelligenti di Cairo in 21 anni sia quello fatto dopo il record di punti con Mazzarri. I fatti poi non gli diedero ragione, ma blindare tutti per proseguire il processo di crescita fu molto positivo".

Come si risolve il problema? "Non ho ricette. Noto però che non abbiamo un presidente che dà l'anima. Non abbiamo i Pianelli e i Mantovani e ci manca soprattutto la struttura. Ieri ho letto di uno Zaccarelli commosso alla conferenza stampa di presentazione del progetto del museo. Perché non circondarci di uno come lui? Servono persone che facciano da collegamento tra campo e società. Cairo è un grande organizzatore: ha tirato su RCS, fa viaggiare La7, guadagna con le pubblicità. Però, non dirige nessuna delle sue aziende, lui organizza, sta al di sopra delle parti. Se avesse diretto qualcosa, sarebbe crollato. Ecco il modus operandi che tiene altrove dovrebbe utilizzarlo anche al Torino, purtroppo non c'è mai riuscito. Servirebbero anche nel Torino persone competenti che hanno a cuore quello che fanno. Nelle altre aziende, secondo me, le ha trovate, mentre nel Torino non è mai riuscito a costruire una struttura".

Si volta spesso indietro per attingere qualcosa dalla storia del Torino? "Sì e aggiungo che non è un bene. Sono il primo a commettere questo sbaglio. Penso però che da quel passato dobbiamo trovare la voglia e la forza per fare qualcosa di diverso. Dobbiamo andare più a ripetizione da Paolino Pulici. Non ci sono altre vie, altrimenti il futuro non esiste. Dobbiamo tornare a essere simpatici al resto d'Italia per la nostra grande storia ma per far brillare la nostra storia dobbiamo avere un coraggio, un'energia, un'empatia con il gioco del calcio del presente".

Concludo riportandola al seminario di Ventotene: si sente esiliato dal Torino di oggi? "Penso che la responsabilità non sia tutta del Torino, di Cairo, dei giocatori di oggi. Penso comunque che il modo in cui la società granata stia sul palco nazionale non permette a nessuno di innamorarsi. Detto questo, dall'esilio passo alle isole. Se metti insieme tante isole formi un arcipelago, una comunità. Nonostante tutto, dal nostro esilio siamo pronti sempre a tornare, anche a nuoto, verso il luogo in cui ci sentiamo a casa pensando al Toro, ovvero lo stadio. Con la speranza che qualcosa si muova per lo stadio..."

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