Scudetto Primavera: che gioia è stata per i calciatori? Scopriamolo insieme a chi ha vissuto la gioia di 11 anni fa
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Cosa significa avere 17 anni e vincere uno scudetto? Cosa significa far parte di una delle squadre Primavera che, dopo un percorso importante nelle regular season, riescono ad alzare lo scudetto in seguito alle fasi finali? Quale modo migliore per scoprirlo se non chiedendo a chi, tra quei protagonisti, c'è stato? Nelle prossime righe lo scopriremo chiacchierando con chi, 11 anni fa, ha partecipato a quella gloriosa finale con la Lazio che, dopo i rigori, ha permesso al Torino di vincere lo scudetto Primavera. Ringraziamo Massimo Martino per la grande disponibilità nell'averci condiviso la sua storia.
Buongiorno Massimo, come sta? Che periodo è della sua vita? “Un bel periodo. Da tre anni a questa parte ho completato gli studi, ho fatto l'esame di Stato da nutrizionista dopo aver fatto tre anni di scienze motorie, due di magistrale in scienza della nutrizione; quindi, a tutti gli effetti sono un nutrizionista. Poi lavoro in una palestra, quindi metto insieme l'alimentazione e l'allenamento. E poi d'estate mi diverto ancora due settimane a fare un camp estivo qua a Savigliano, nella cittadina da dove sono partito, guardando un po’ le nuove generazioni”.
16 giugno, sono passati undici anni dai rigori di Torino-Lazio a Chiavari. Ci racconta un po' la serata? “La giornata parte da una sensazione strana, un risveglio particolare con ancora un po’ la sensazione di stordimento… Quando devi ancora bene realizzare di aver fatto un'annata pazzesca ed essere arrivato fino in fondo. Poi quando ci ripenso mi dico sempre che ce la siamo meritata, perché il gruppo era proprio una piccola favola. Poi la sera siamo arrivati al campo, le solite routine prepartita: un po' di bike a bordo campo, un po' di riscaldamento… E poi è iniziata la notte magica”.
Come sono quei ricordi? “Molto positivi. Poi eravamo un gruppo molto affiatato. Anche quei dieci giorni a Recco in ritiro, tutti insieme, sempre insieme. Durante l’anno tra chi era in convitto, chi a casa da solo e chi con i genitori vivevamo comunque vite separate. Insieme, sì, agli allenamenti e durante il giorno, ma poi ognuno a casa propria. Lì, invece, siamo proprio stati dieci giorni insieme, un po' come nel ritiro che avevamo fatto. Anche la sera era bellissimo, tra partite a carte, parole crociate, un po' di sketch di squadra… Si era creata un’aria magica, di coesione del gruppo, tra staff, allenatori, medici e noi. Ho ricordi nitidi e positivi”.
Poi la fine della partita, l’ultimo rigore, la vittoria… “L'ultimo rigore, se non mi sbaglio, era di Simone (Edera, ndr.). È stata una festa pazzesca. La sera ci siamo divertiti lì a Recco, siamo stati tutti insieme, anche con il presidente, insieme a tutta la dirigenza, abbiamo mangiato nell'hotel e poi abbiamo ricordato tutta l'annata tra scherzi, giochi, risate. E poi il giorno dopo è stato bello perché siamo rientrati in pullman con un po' di tifosi che ci aspettavano al Fila, abbiamo fatto la foto di rito al Filadelfia, prima che venisse ancora ricostruito”.
E durante l’anno? “Durante tutto il campionato, bene o male, abbiamo avuto la capacità di rimanere sempre nelle primissime posizioni. Era stato un campionato equilibrato perché poi avevano accelerato Juventus, Spezia e Fiorentina e avevano fatto anche loro un discreto campionato. Poi a maggio, dall’ultima che abbiamo giocato, abbiamo fatto di nuovo una mini-preparazione fino alla finale. Anche durante l'anno, tolte un paio di cadute, siamo sempre stati in forma. Ne ricordo una con la Fiorentina dove in superiorità numerica a Firenze vincevamo 2-0 e siamo riusciti a perdere 3-2. Poi per il resto abbiamo fatto un'ottima annata. Però quella di Firenze la ricordo molto bene, perché poi il mattino dopo per punizione giustamente mister Longo al campo alle 6:00 di mattina ci ha fatto un “cazziatone” e ci ha fatto riguardare la partita”.
Quanto ha inciso la figura di Moreno Longo nella stagione dello scudetto? “Io penso di avere per Longo una stima infinita. Lui ha creduto in me, come in ognuno di noi presenti in quel gruppo, quasi come se fosse un padre. Quell’anno, al di là dell'aspetto campo, ha curato veramente a 360 gradi, maniacalmente, ogni cosa. Ci ha fatto crescere tantissimo. Eravamo degli adolescenti, poco più che maggiorenni, io meno, addirittura, quindi aver incontrato quella figura per me è stato veramente importantissimo, come anche per tutti gli altri ragazzi. È un allenatore pazzesco. Nonostante la mia breve carriera qualche allenatore l'ho incontrato, ma all'altezza di come ha lavorato lui con noi quell'anno, a livello di Serie A, non ne ho mai conosciuti. Anche quando sentivo alcuni ragazzi che conosco, incrociati nella mia carriera, che hanno fatto Serie A, quando raccontavo la mia esperienza anche loro erano impressionati di come quell'anno avevamo lavorato in modo maniacale su ogni aspetto. E oltre all'aspetto allenatore c'era l'aspetto umano che era meraviglioso: ho trovato una persona che mi ha aperto la strada nel mondo del calcio. Ho un ricordo davvero positivo di Moreno. Poi nel tempo ci siamo sentiti ancora per i vari "in bocca al lupo", ogni volta che inizia una nuova stagione, un nuovo percorso. È uno che si porta a casa quel che semina, è un lavoratore veramente pazzesco. Paradossalmente in questa piccola esperienza che ho avuto cerco di riportare tutto ciò che è stato nel mondo del calcio nella mia vita quotidiana di oggi. I sacrifici, il lavoro… sono uno che crede molto in queste cose”.
Cosa ha significato per lei giocare nella sua squadra del cuore? “Il giorno della chiamata è stato incredibile. Io avevo già fatto tanti provini da piccolo al Torino. Poi, però, per un motivo o per l'altro non era mai andata a buon fine. Era sempre stato un po' un rinviare questa cosa, per motivi logistici o di età. Quell'anno lì, invece, avevo fatto molto bene a Cuneo e speravo con tutto il cuore che arrivasse anche la chiamata. Ed è arrivata. Non ci ho pensato minimamente. Per la mia famiglia, di cuore granata, ricevere questa chiamata è stato pazzesco. Mettere la maglia del Torino addosso, per me e per come sono mio padre e mia madre, era un orgoglio, un motivo di orgoglio enorme. Sentivo il peso di questa maglia: quando la mettevo cercavo di dare il 100% tutte le volte. Ero un giocatore magari tecnicamente non molto pulito, ma garantisco al 100% che uscivo con la maglietta più che sudata. Un po' il cuore Toro, no? Me l'avevano raccontato e cercavo di riportarlo in campo come lo riporto da tifoso. Io ci credo veramente”.
Arrivare al Torino ha rispettato le aspettative del Massimo tifoso? “Sì. Le giovanili del Toro sono blasonate. Quell'anno siamo arrivati con l'anno prima la finale persa contro il Chievo, dovevamo ripeterci almeno nelle finali. Anche per quello nel settore giovanile si sentiva pesante la maglia in quel momento. Sulla prima squadra, invece, il corso degli anni dice che sia sempre stata, brutto dirlo, però mediocre. Si viaggia nella metà classifica con qualche picco di Europa, perché poi l'anno che noi eravamo lì c'è stato Bilbao. Prima o poi il Toro dovrà tornare nelle posizioni che gli competono. Secondo me sono cicli, prima o poi arriveranno di nuovo i picchi per motivi ovvi di storicità di questa maglia. Io tifo Toro per fede, vado ancora in Maratona ogni tanto quando posso perché proprio è da brividi. Infatti, paradossalmente, la cosa mi sta dispiacendo di più è l'assenza della Maratona, perché io ho avuto la fortuna di giocarci con la Maratona. Abbiamo fatto le due finali all'Olimpico con i tifosi, la finale di Supercoppa e poi abbiamo giocato due volte la Youth League all'Olimpico. Quelle volte mi sono venuti i brividi come non mai. Era proprio una cosa pazzesca, il sogno che si avverava: vedere il nome, la Maratona che urla il tuo nome e tu che entri in campo. Lo sognavo da bambino”.
Poi la sua carriera, però, non è andata come se la sarebbe immaginata… “Purtroppo no, il primo infortunio proprio lì all'Olimpico, nella finale di Supercoppa, all'87°. Avevo fatto l'assist per il pareggio, poi ho sbagliato il rigore del 2-1 e un minuto dopo il rigore purtroppo il ginocchio ha fatto “crack”. Come ha fatto “crack” di nuovo dopo cinque mesi, avendo voluto provare a rientrare per le final eight. Non abbiamo forzato nulla, davano questa tempistica di 5-6 mesi che forse adesso si sta allungando un po', perché hanno visto tante ricadute. Io ci ho provato e lì ho sentito un ulteriore “crack”. Poi rientro a Cuneo, dopo otto mesi di nuovo, a dicembre, “crack”. Ho ripreso ancora, questa volta dopo un anno intero, nell'ottobre del 2017. Dopo un anno di terapia in Serie C con il Cuneo, ho fatto una decina di presenze e a marzo, nuovamente, la quarta volta, l'ultima. Mi sono confrontato con un po' di ortopedici, diversi specialisti. C'era un problema di base, dato magari dalla mia struttura, dell'articolazione. Ho dato più importanza alla mia salute futura rispetto al fatto di poter giocare ancora sei o sette anni a discreti livelli. Anche io non mi sentivo più bene. Il mio ginocchio era stato operato quattro volte al crociato in due anni. Non mi sentivo proprio più bene. Anche oggi nella mia quotidianità ho dei limiti: non posso più fare calcetti, non posso più fare cambi di direzione, quindi non oso immaginare se avessi continuato a quei livelli...”.
A livello emotivo come ha vissuto quel periodo? “Ho sempre avuto la fortuna di avere amici e famiglia molto vicini. Io ho dato anche lì tutto me stesso: mattino e pomeriggio riabilitazione per quei due anni. Ho passato tanto tempo nei centri riabilitativi e, in realtà, ho sempre creduto di poter rientrare, perché comunque ero affiancato da persone positive, io sono sempre stato una persona molto positiva, anche oggi lo sono. Poi però è arrivato il momento in cui bisognava guardare in faccia la realtà, e la realtà si presentava tale, quindi è andata così. Mentalmente per com’ero, e come sono ancora adesso, ci ho pensato poco. Nel senso, ho subito deciso di iniziare a studiare. Avevo il diploma, mi piaceva lo sport, ho pensato di buttarmi nel mondo dello sport con una laurea e poi nel mondo della nutrizione con un'ulteriore laurea. Ho dato il via agli studi e al mio percorso lavorativo, senza soffermarmi molto sul brutto destino che mi era toccato”.
Sentirla così positivo è un toccasana. “Sì, ma ripeto, ho dei ricordi proprio nitidi di tutto ciò che è successo. È stato talmente bello, quell'annata dal 2014 in poi, compreso Cuneo, dove mi sono divertito, ho trovato un gruppo bellissimo. Ho talmente ricordi positivi e nitidi che non posso ricordarlo negativamente. L'unica cosa che magari mi può far perdere un po' di morale, ma poi ci penso e ci rido su, è il fatto che ci sono tanti compagni che tutt'oggi giocano, si divertono, vivono di calcio, che era il mio sogno. Quindi forse sarebbe piaciuto anche a me fare quello. Poi però sono uno che non si ferma molto a pensare, va oltre. Oggi sono al campo e se chiedo a qualsiasi bambino qual è il suo sogno, mi risponde “fare il calciatore”. E io ero uguale, per di più lo facevo con la squadra del mio cuore. Per me era proprio l'apice”.
Adesso, però, la sua vita è molto ricca. “La mia vita è sport e alimentazione. Lavoro tutt'ora con ragazzi giovani che hanno ambizioni, mi è passato sotto tiro qualche giovane atleta del Torino, perché poi nella zona qualcosa pesca ancora il Toro. Quindi la mia vita è comunque incentrata sullo sport. Poi continuo a fare questo camp estivo, anche se non ho troppo tempo a disposizione, perché mi piace. Durante l'anno allenavo una squadretta di piccolini, poi purtroppo da quest'anno non ho più tempo, quindi non lo posso più fare. Però lavoro tanto ed è bello, perché vuol dire che qualcosa alla gente lo lascio tutt’oggi. Al calcio, poi, non ho rinunciato del tutto: è lo sport più bello del mondo. Mi piace trasmettere la passione”.
Cosa si direbbe se si incontrasse undici anni fa? “Al me di undici anni fa intanto direi di non inseguire quel pallone dove mi sono fatto male la prima volta (ride, ndr). Ero uno che si sacrificava per la squadra. Quel pallone all’88’ che stava andando fuori, potevo forse evitare di correrci dietro, entrare in scivolata, essere spinto e farmi male. Però ero uno che davvero dava tutto, come dicevo: lo spirito Toro. Forse mi direi di godermela ancora di più. Infatti questo è il messaggio che lascio quando mi parlano di ragazzi adolescenti che sono in quelle situazioni simili, anche in altre società: godersela al massimo, rubare tutti gli aspetti, rubare gli aspetti positivi che le persone intorno in quel momento vogliono lasciare, l'allenatore, i fisioterapisti, i medici. Io vivo ancora tanto di quelle cose. Ero uno molto attento, cercavo di capire a livello tattico, cercavo di capire a livello medico perché si facevano le cose e ancora me le porto dietro. Me la sarei voluta vivere ancora di più, nonostante l’abbia già vissuta al 100%. Magari al 110%. Però ho dato tutto, sotto quell'aspetto non mi posso dire niente. Godermelo ancora di più. Mi dicessero “torni al 2015 adesso”, direi “volentierissimissimo”. All'11 giugno? Volentierissimissimo”.
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