100 di Fila / Le biciclette contro i muri, la tromba di Bolmida e le imprese degli Invincibili: viaggio nelle domeniche del vecchio Fila

Il Filadelfia è sempre lì, in un angolo del vecchio cuore granata. Ad essere precisi, all’inizio si chiamava Campo Torino, un gran bel nome, alla fondazione. Inaugurato il 17 ottobre 1926 con l’incontro Torino - Fortitudo Roma, fu realizzato a tempo di record: da aprile a settembre 1926. Progettato dall’Ingegner Miro Gamba, realizzato dall’impresario Riccardo Filippa. Committente: Enrico Marone Cinzano, gran Presidente, visionario e di estesi mezzi finanziari. Uomo di ampio respiro e di grandi realizzazioni, ad esempio il palazzo che fece costruire a Courmayeur è ai giorni nostri sede del municipio della località ai piedi del Monte Bianco.

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Marone Cinzano voleva uno stadio all’inglese per il giuoco del football. Tribuna liberty. E poi il prato. Perfettamente steso “a schiena d’asino” al fine di drenare l’acqua verso l’esterno. Il fondo del manto erboso era costituito da macchiaferro, il “maciafer” ovvero carbon coke mal cotto, in grado di assorbire ed assicurare un drenaggio ottimale della pioggia. Quel campo che vide la conquista di sei Scudetti, sette per la verità (quello 1926-1927 revocato, dopo un campionato strepitoso che verrà ripetuto nella stagione successiva, sottratto al Torino dalla politica dell’epoca, che causò un’amarezza profonda nel Presidente), che fu imbattuto quando vi giocarono Quelli Là, 100 partite che videro il Toro imbattuto, 88 volte vincitore. Il campo che vide nascere, crescere negli allenamenti, fino ad un nuovo tricolore ventisette anni dopo, un Toro “Tremendista”.

Ho ripensato di recente al “Fila” non in occasione di una partita o di un allenamento. Lo scorso 19 settembre è volato lassù, nella sua casa di Vedano al Lambro, Sandro Mazzola. Bandiera nerazzurra e azzurra tra le più grandi di tutti i tempi. È vero. Per me, innanzitutto, il figlio primogenito di Valentino. Col fratello Ferruccio (che portava lo stesso nome del Presidente Novo) la continuità di una famiglia dentro un’ affascinante storia di calcio. Sandrino, un bambino esile, che sul terreno del “Fila” tira il calcio di rigore a Valerio Bacigalupo, che, sornione, boia faus d’un purté, si butta dalla parte sbagliata e la palla entra in rete. Sandro corre felice. Molti anni più tardi, i ragazzi dell’Internazionale giocano in trasferta contro i pari età granata su quel campo. Sandro non tocca palla, gli sembra di correre a vuoto, all’ingresso in campo aveva guardato lassù, a Superga. All’uscita dal campo, cerca di scusarsi con l’allenatore Giuseppe Meazza. Questi lo guarda, dicendogli semplicemente: “Sandro, lascia stare, ho capito”.

Corre adesso il Centenario di un campo che, come scrisse Giovanni Arpino, si faceva fatica a chiamare solo un campo da gioco. Era di più, era la culla dei sogni granata che, dopo il Torino di Janni-Baloncieri-Libonatti-Rossetti di fine Anni Venti, si realizzano nella più grande squadra italiana - formata da tutti giocatori italiani - che sia mai scesa su un terreno di gioco. Il Grande Torino. Una squadra capace di giocare il calcio di scuola danubiana con scambi veloci palla a terra insieme alla veemenza, allo slancio agonistico del football britannico. “Vi è richiesto di fare qualcosa in più: voi non dovete solo vincere, dovete convincere” il pubblico della superiorità del Torino e del suo gioco. Parole di Ernest Egri Erbstein, ripetute dalla figlia Susanna lo scorso 4 maggio.
Sarebbe bello camminarci sopra, appena dopo il taglio dell’erba, con quel profumo che ti entra nelle narici, e immaginare il vibrare della folla che seguiva gli incontri del Grande Torino.

“Aveva qualcosa di un accampamento tribale. Vi rumoreggiava una tribù in cui tutti parlavano esclusivamente un dialetto assai più gagliardo della pallida koinè nazionale dei presunti colti”, E. Ferrero, “Amarcord bianconero”.

E fuori, contro i muri dello stadio, le biciclette, tante biciclette di chi era venuto a passare in maglia granata il dì di festa. E quanti ombrelli aperti, e magari qualche ombrellata, nei giorni di pioggia o d’fioca.
E la tromba di Oreste Bolmida…

Raccontiamocene qualcuna, di quelle partite che per il competente appassionato pubblico di allora avevano da essere scontate nel loro esito vittorioso, e che adesso non sono solo storia, sono per noi, ottant’anni dopo, leggenda.
Innanzitutto il record, Torino-Alessandria 10-0. Si gioca il 2 maggio 1948, 31a giornata. Nella settimana che precede l’incontro, Cesare Gallea, ex granata ora in forza ai Grigi, che fa il pendolare con Alessandria e ha il permesso di allenarsi al Filadelfia, chiede ai giocatori del Torino di non esagerare nella partita tanto attesa dalle due compagini, per ragioni opposte di classifica. Si gioca. Dopo pochi minuti i granata sono avanti 3-0; Ossola (stupenda l’istantanea di quella segnatura, che ne mostra la muscolatura al momento del tocco in rete), Loik (Vittorio Pozzo scriveva Loich nelle convocazioni in Nazionale) e Mazzola.
Il Torino si ferma e fa melina per rispetto nei confronti del suo ex mediano. Purtroppo parte del pubblico non capisce, ed in particolare alcuni si mettono ad inveire contro il Capitano, tirando in ballo la sua vita privata. Proprio nei confronti di un atleta di quella dirittura morale, votato al sacrificio, in allenamento come in partita. Apriti cielo. Gallea cerca di placare Mazzola ma ottiene l’effetto opposto.
Ancora due reti di Loik (l’ultima con un’azione box-to-box), due di Grezar (la seconda con una conclusione da metà campo), due di Fabian. All’88’ Gabetto: rovesciata, 10-0 e centesimo goal del campionato del Torino.Ossola si è infortunato nell’azione del goal di apertura, ha giocato menomato e lasciato la squadra in dieci sul risultato di 7-0.
L’ottava partita consecutiva in cui va a rete Franco Ossola. Aveva iniziato la sua fantastica serie realizzativa il 7 marzo contro la Roma, per proseguire a Vicenza, contro la Pro Patria, nel derby pareggiato il giorno di Pasqua, contro il Bologna, a Salerno e contro la Sampdoria.

Il 30 maggio 1948, Torino-Lazio 4-3, la partita di …Gian Paolo Ormezzano. Le vide tutte, le partite in casa del Grand Turìn. Quel pomeriggio il papà voleva riposare un po’ e arrivarono al “Fila” a cose…quasi fatte. Dopo venti minuti erano sotto di tre (!): due “cappelle” di “Baci” e del “Riga”, con l’aggiunta di un’autorete di Grezar. Valentino si tira su le maniche, Bolmida capostazione suona il corno dei ferrovieri, inizia la partita del Torino: si va al riposo sul 2-3, sarà 4-3 il risultato finale. Quel campionato terminerà alla 40a giornata (!) il 27 giugno col successo sul Modena per 5 reti a 2. Il campionato monstre del Grande Torino con 125 reti segnate, sole 33 subìte, 16 punti di vantaggio su Milan, Juventus e Triestina.

Torniamo un po’ indietro, per parlare di un altro record. 30 giugno 1946, 10a giornata del Girone Finale. Si è reso necessario un calendario a gironi, la Penisola è ancora in ginocchio dopo i terribili bombardamenti subìti nel conflitto.
Torino-Napoli. L’incontro di andata a Napoli, il 12 maggio, si è concluso allo stadio del Vomero con la vittoria dei granata per due reti a zero: costretti a giocare alle 11 di mattina con un gran caldo, colpiti a sassate (ferito Maroso…non c’era ancora il VAR) a fine incontro.
Torino-Napoli è l’incontro che consacra, se ancora ce ne fosse bisogno, il valore del più grande mediano del Torino - the GOAT - di tutti i tempi, uno dei più grandi del calcio mondiale: il vercellese Eusebio “Sebi” Castigliano stampa quattro goal per il 7-1 finale. Occorrerà aspettare una fredda giornata d’inverno del 1997, il 5 gennaio, per vedere Marco Ferrante ripetere l’impresa in Serie B alle spese della Reggina. Ma non al Filadelfia, bensì al mai amato Delle Alpi.

Prima di raccontare ancora un paio di match, mentre passeggiamo su quel prato, pensiamo anche a chi c’era dietro a tutto questo. Al massaggiatore Ottavio Cortina, a Gildo Zoso, a Erbstein, e, dal ‘45 al ‘47 in attesa del ritorno del grande magiaro con carica ufficiale di direttore tecnico, a Luigi Ferrero. Ad appena 41 anni (…l’età di Gigi Radice nel 1976) questo torinese dal fisico asciutto (soprannominato “Anciua”) era stato chiamato sulla panchina granata da Ferruccio Novo. Ex ala sinistra, fuga e cross per intenderci, dal 1937 al 1940.
Uomo di poche parole. Giacinto Ellena era solito raccontare come Ferrero ed il suo allora capitano Osvaldo “Bambo” Ferrini fossero capaci di fare il viaggio da Torino a Roma per una trasferta senza scambiare una parola, guardandosi negli occhi. Beh, quando si dice intesa ad occhi chiusi…Ferrero interpreterà così bene il ruolo al punto che, dopo due anni, dirà al Presidente “Vado alla Fiorentina, ormai giocano da soli, qui non servo più”.

Nel girone di ritorno 1946-1947, su questo prato, il Torino ne fa 6 !!! al Vicenza, al Genoa e al Milan. Tra gli avversari ci sono nomi come Becattini, “Caracas” Verdeal, Annovazzi, “testina d’oro” Puricelli e Carapellese, cioè non proprio dei juniores.
29a giornata, il Vicenza viene travolto 6-0. Nel primo tempo, Loik al 24’, Valentino Mazzola (che ripete l’exploit del grande Baloncieri negli Anni Venti) al 29’, 30’, 32’, quattro reti in otto minuti.
Valentino Mazzola vincerà la classifica cannonieri con 29 reti. E diciassette anni dopo, al Prater di Vienna, Ferenc Puskás a fine partita cercherà suo figlio Sandrino per dirgli: "Ho giocato contro tuo padre, sei degno di lui”.

Abbiamo parlato tanto e soprattutto di goal e di attaccanti. Ma non dimentichiamo chi c’era dietro. Un gran portiere che venne schierato a ventun anni, molto precoce nel ruolo, e perì a Superga a soli venticinque; due implacabili martelli come Aldo Ballarin e il “Riga”; Maroso “l’esile stilista che conosceva i misteriosi recessi della perfezione”; un titolare aggiunto - per tre ruoli - come Danilo Martelli; Grezar che aveva un goniometro in testa.

Gennaio 1949. Tanto freddo e neve.
Il 16 gennaio, spalata la neve e e spaccato lo strato di ghiaccio che ricopre il terreno del “Fila”, si gioca tra chiazze di fango e terreno duro. Difficile pensare a scambi rasoterra, Torino -Atalanta si preannuncia…so British-style game. Indisponibili Bacigalupo, Grezar, Loik e Ossola, Erbstein e Lievesley decidono di schierare: Gandolfi; Aldo Ballarin, Maroso; Castigliano, Rigamonti, Martelli; Menti II, Mazzola, Bongiorni, Schubert, Gabetto.

Sul campo amico che questa volta è un terreno infame, infortuni al “Riga”, a “Marusìn” e a Martelli costringono a rivedere completamente lo schieramento, mettendo all’ala i due difensori infortunati. La compagine granata gioca quindi in maniera inedita con

Gandolfi; Aldo Ballarin, Gabetto; Bongiorni, Castigliano, Martelli; Maroso, Menti II, Mazzola, Schubert, Rigamonti. Non fosse per l’emergenza, un esperimento assolutamente interessante con formazione inedita che dice tanto sulla duttilità dell’équipe. Il Torino s’impone 2-0 con reti di Bongiorni e Rigamonti, che ha fatto “il goal dello zoppo”. Sontuosa prova di Castigliano, inattese qualità di difensore da parte di “Gabe”, Ballarin insormontabile, Mazzola, beh, era Mazzola, giocatore totale, quella fu una delle “sue” partite.
Undici giorni dopo si giocò il recupero di Torino-Sampdoria non sul prato, ma sulla segatura che ricopriva il “Fila”. 2-1 per il Torino, Mazzola e Loik misero in rete il pallone verniciato alla nitrocellulosa per renderlo visibile ed impermeabile.

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