Una vita in granata, tra passione autentica, valori e rapporti diventati legami per sempre. Gli auguri dell'ex capitano
Novanta è il numero che più si associa al calcio. Sono i minuti che ne decretano prodezze, gioie e dolori. Dopo un celebre film gli si associa anche la parola “febbre”, ma che, al contrario della Smorfia, non fa paura. E no, “non supereremo mai questa fase”. Novanta, il calcio e dunque il Toro che, come ben sappiamo, è una cosa a parte. E chi meglio di Tony Vigato impersonifica cosa significhi incarnare quei valori e quell’amore sconfinato per una squadra che di gioie ne dà poche, di dolori tanti, ma che ha accompagnato l’intera vita di quest’uomo che oggi, appunto, di candeline ne spegne novanta.
Un’esistenza dedicata al Toro, ma con il Toro che resta soprattutto una scusa o, meglio, un’opportunità per costruire rapporti duraturi che sono andati ben oltre uno spogliatoio. Difficile trovare una figura così magnetica e gravitazionale legata alla Torino granata, di generazione in generazione. Tony Vigato ha visto tutto, o quasi: gli manca solo il Toro dei pionieri, ma ha pianto quando ha saputo che il Torino, il 4 maggio del 1949, sarebbe diventato Grande, poi immortale e invincibile. Dal Veneto ha inseguito quelle orme, al fianco di suo fratello, dal nome tutt’altro che banale: Valentino, anche se per tutti è Brunetto, lo storico magazziniere fregiatosi del tricolore nel ’76.
Tony, dapprima come ragazzo spalaneve, ha sempre gravitato attorno al Filadelfia, diventando una delle colonne di quel tempio. Terminato il turno in fabbrica, raggiungeva il fratello e gli dava una mano preziosa. A muoverlo era la passione. Da semplice volontario sarebbe poi diventato lui stesso magazziniere del Torino, ruolo ricoperto fino a poco prima del Covid, accompagnando generazioni di calciatori e diventando, man mano, un’icona senza tempo.
“Trascorrono i decenni tra gare e allenamenti, pagine di storia che scrivono gli eventi, mentre su quel campo, indomito e gagliardo, il caro e vecchio Tony resta l’ultimo baluardo”, scriveva Walter Olivetti nella poesia a lui dedicata. Punto di riferimento per chi il Toro l’ha preso sul serio, diventato in molti casi la tappa più importante della carriera. “Come un padre”, diceva di lui Matteo Darmian; Andrea Belotti lo andava a cercare dopo i gol: fu Tony, infatti, a credere, forse più dello stesso Gallo, nel suo potenziale. Ora che vive il Toro da tifoso a tutto tondo, lo si incontra molto sovente nella tribuna dell’Olimpico-Grande Torino. Lì, soltanto qualche giorno fa, in occasione di Torino-Monza di Coppa Italia, Tony ha avuto modo di rincontrare il giocatore con cui ha costruito il rapporto più importante.“Il rapporto che ci lega è molto forte. Sono 90 anni, ma, come gli dico sempre, il tempo sembra passare per tutti tranne che per lui, perché è sempre uguale – dice Rolando Bianchi, contattato da Toro News –. È una persona con valori straordinari, che riesce a trasmettere quotidianamente semplicemente con il suo modo di essere. Posso solo augurargli altri cento anni di vita e, soprattutto, di continuare ad affrontarli sempre con il sorriso”.
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