Poco prima del debutto in campionato i giocatori del Toro hanno visitato il Museo, Abate come Ventura 15 anni fa

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Sono trascorsi 15 anni, ma la sfida e alcune delle esigenze di fondo si assomigliano. Certo, quando Giampiero Ventura arrivò a Torino la situazione era ben più disastrata: il Toro si apprestava ad affrontare la terza stagione consecutiva in Serie B, un record negativo nella storia di un club ultracentenario. Eppure, esiste un filo che collega l'inizio di quel ciclo, durato poi cinque stagioni, alla squadra che sta nascendo in queste settimane e che ora si appresta a cominciare il proprio percorso in campionato con Ignazio Abate in panchina. Un filo che passa soprattutto dalla necessità di restituire centralità alla maglia granata e costruire attorno ad essa un forte senso di appartenenza.

ventura e abate

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Ventura e lo spirito granata da ricostruire

Giampiero Ventura lo aveva messo in chiaro fin da subito, nel giorno della sua presentazione, il 9 giugno 2011. Prima ancora del campo, dei moduli e degli interpreti su cui fondare un Toro lanciato verso la promozione in Serie A, Ventura individuò nell'identità, nella ricostruzione di un entusiasmo e di un orgoglio granata minati da risultati ben al di sotto delle aspettative, uno dei punti da cui ripartire. "Bisogna ricreare cellule viventi dello spirito granata che pian piano sono morte", spiegava Ventura, chiamato anche a ridare linfa a un ambiente ormai preso dallo sconforto. "Il Toro comprava i calciatori e poi li contagiava. Adesso non è più così", diceva, come se quella capacità di trasmettere automaticamente il senso della propria storia si fosse progressivamente perduta. Da qui una promessa precisa: "Devono capire cosa significa giocare per questa maglia e le responsabilità che ciò comporta: li porterò tutti al Museo". Ventura mantenne la promessa quattro mesi più tardi. Il 21 ottobre 2011, squadra, dirigenza e staff si recarono a Villa Claretta, a Grugliasco, per visitare il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata. Un appuntamento che, per ripetersi, si sarebbe fatto attendere quasi quindici anni.

Il Toro del 2011 a lezione di storia

Quella squadra che si presentò al Museo era ovviamente molto diversa rispetto a quella di oggi, ma comprendeva giocatori capaci di lasciare il segno nella storia recente granata. Una costante, però, c'è: Gianluca Petrachi. Allora come oggi, nelle vesti di direttore sportivo: al fianco di Ventura nella costruzione della squadra che avrebbe conquistato la Serie A, al fianco di Abate oggi, seppur con obiettivi differenti. A Villa Claretta sfilarono i protagonisti di quel tempo: da Angelo Ogbonna a Kamil Glik, passando per Danilo D'Ambrosio, Mirko Antenucci e Giuseppe Vives. Anche un giovane Simone Verdi, che anni dopo avrebbe fatto ritorno a Torino senza ripagare le aspettative sul suo conto. Ma soprattutto Rolando Bianchi, capitano e simbolo di quel Toro, immortalato mentre osservava con grande attenzione le fotografie dei caduti di Superga. Ventura posò insieme ad Antonio Comi e Giacomo Ferri, mentre squadra e staff si immergevano nei cimeli e nelle testimonianze della storia granata.

Da Ventura ad Abate: Petrachi è il filo conduttore

Quindici anni dopo, al fianco di Petrachi non c'è Ventura, ma Ignazio Abate. Non ci sono più Bianchi e Glik, bensì Simeone, Zapata, Vlasic e tutti i protagonisti del Toro che è e che sarà. "Io non sono qui per giudicare le strategie della società, per giudicare il passato", diceva Ignazio Abate nella conferenza stampa di presentazione da nuovo allenatore del Torino. La sua è un'altra missione, che dialoga con quella che, quindici anni prima, fu di Ventura: "Sono qui per cercare di costruire presente e futuro di questa società, creando un’identità forte e riconoscibile". A sottolineare come indossare la maglia del Toro non sia solo una questione tecnica, ma comporti anche il peso specifico di una storia con cui convivere. Una missione individuata anche da Petrachi al ritorno a Torino: "Ce la sto mettendo tutta per far capire ai giocatori cosa sia la passione granata e quel senso di appartenenza che mi hanno fatto apprezzare il Toro, soprattutto quando l’ho perso", affermava lo scorso aprile. A dimostrazione di quanto urgessero un cambio di passo e un taglio con la gestione precedente. Abate individuò così una possibile soluzione, la stessa, appunto, di Ventura: "Magari anche andando al Museo si può trasferire qualcosa".

La visita al Museo per ritrovare il senso di appartenenza

Ed ecco dunque la visita di ieri, inaspettata, per infondere quello spirito Toro in vista del Milan, la squadra che - paradossalmente - è nel cuore del nuovo tecnico granata. Uno dei momenti più significativi ha riguardato Giovanni Simeone, proprio colui che, a un certo punto, sembrava più proteso all'addio, al ritorno in Argentina, che a una permanenza a Torino. Il Cholito si è fermato davanti alla maglia del River Plate donata al Museo nel 2014. Ha riconosciuto la propria firma, risalente a quando mosse i primi passi nei Millonarios: "In questo Museo c'era già il mio destino!". L'ideale sarebbe suscitare più spesso questo tipo di emozioni e infondere il granatismo in chi porta sulle spalle il peso di quella tradizione. Non possono trascorrere altri quindici anni. L'intenzione dello stesso Petrachi è quella di trasformare la visita in una piacevole consuetudine.

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