In prima squadra ci sono quattro giocatori di valore che arrivano dal vivaio granata
Il vivaio del Toro è da sempre uno dei fiori all’occhiello del club granata e, in alcune epoche, anche del calcio italiano. Il suo apice è arrivato tra gli anni ’70 e ’80, quando il settore giovanile era considerato un vero e proprio modello nazionale. Poi, tra la metà degli anni ’90 e l’inizio dei Duemila, è arrivato il declino, coinciso anche con le difficoltà societarie vissute dal Torino. Una lenta rinascita è iniziata dal 2012, con Massimo Bava alla guida del settore giovanile: in sette anni la Primavera ha raggiunto sei finali, vincendo due Supercoppe, una Coppa Italia e uno Scudetto. Risultati importanti, che però non si sono tradotti con la stessa frequenza in giocatori capaci di imporsi stabilmente in prima squadra. E così, guardando agli ultimi vent’anni, i nomi davvero riusciti ad arrivare fino in fondo si contano quasi sulle dita di una mano.
Buongiorno comanda
È una storia recente, ma anche la più memorabile. Alessandro Buongiorno rappresenta probabilmente il giocatore più importante prodotto dal vivaio granata negli ultimi vent’anni. Una vita al Toro, diciassette anni dal 2007 al 2024, con la sola parentesi di una stagione in prestito al Carpi, fino ad arrivare a indossare la fascia di capitano. Il classe ’99 ha vissuto quattro stagioni in prima squadra, collezionando 109 presenze, prima di salutare definitivamente Torino nell’estate 2024. La cessione al Napoli, per 36,5 milioni di euro, lo ha reso la seconda più onerosa nella storia del club dopo Bremer e la più importante per un giocatore cresciuto nel vivaio granata. Un percorso che, peraltro, avrebbe potuto interrompersi già un anno prima. Nell'estate 2023 il Torino aveva infatti trovato un accordo con l'Atalanta per la sua cessione, ma fu lo stesso Buongiorno a opporsi e a scegliere di rimanere in granata. Una decisione che, col senno di poi, ha cambiato la storia recente del difensore e anche quella del Toro. Perché se fosse stato per Cairo e per la sua necessità di monetizzare, Buongiorno avrebbe lasciato il Torino un anno prima. È uno degli episodi che meglio raccontano il rapporto tra la società e i suoi talenti: da una parte la volontà di valorizzarli, dall'altra la tentazione, spesso troppo forte, di trasformarli rapidamente in plusvalenze.
E poi?
Ma oltre a Buongiorno, quali altri giocatori si ricordano? Angelo Ogbonna è sicuramente uno dei nomi più importanti. Cresciuto nel settore giovanile, arrivò in prima squadra nel 2007 e rimase al Torino fino al 2013, totalizzando 160 presenze. Poi il tradimento e il trasferimento alla Juventus per circa 15 milioni di euro, con una plusvalenza praticamente totale per il club vista la sua provenienza dal vivaio. C'è poi Antonio Barreca, altro prodotto della Primavera capace di arrivare stabilmente in prima squadra: dopo i prestiti a Cittadella e Cagliari, il terzino si impose in granata e nel 2018 venne coinvolto nell'operazione che portò Soualiho Meité al Toro, con una valutazione di circa 10 milioni e una plusvalenza vicina ai 9,7 milioni. Nel ciclo Bava c'è anche Kevin Bonifazi, protagonista dello Scudetto Primavera del 2015 e poi capace di affacciarsi alla Serie A con la maglia granata. Il Torino lo aveva acquistato a parametro zero dal Siena nel 2014 e, dopo diversi prestiti, lo cedette alla SPAL nel 2020 per circa 11 milioni, generando una plusvalenza di circa 10 milioni. Un discorso simile vale per Wilfried Singo, arrivato giovanissimo al Torino nel 2019 e cresciuto nel settore giovanile prima di diventare un titolare della prima squadra. Nel 2023 il passaggio al Monaco per circa 10 milioni di euro portò nelle casse granata una plusvalenza superiore ai 9 milioni.
Ludergnani produce, Cairo non disfare
Questi sono, forse, i nomi che più si ricordano negli anni recenti. Pochi hanno fruttato cifre importanti e ancora meno sono riusciti a essere davvero importanti sul campo. Oggi, però, qualcosa sembra essere diverso e almeno quest'anno Abate potrebbe avere tra le sue mani più di un giocatore proveniente dal vivaio del Toro. Il merito va anche a Roggero Ludergnani, responsabile del Settore Giovanile granata dal 2021, che in questi anni ha saputo scovare talenti su talenti. E oggi il Torino si ritrova con almeno quattro giocatori di valore in prima squadra: Gvidas Gineitis, Alieu Njie, Alessio Cacciamani e Andrea Luongo. Di valore calcistico, innanzitutto: i primi due sono ormai in pianta stabile in prima squadra da un paio d'anni, mentre gli altri due si stanno affacciando proprio in questa stagione. Ma di valore, anche nel senso più stretto della parola. Almeno i primi tre hanno già un prezzo addosso. Più di 10 milioni per il lituano, 16-17 per lo svedese e richieste che superano i 20 milioni per il classe 2007. Cifre che fanno ancora più impressione se rapportate all'età: rispettivamente 22, 21 e 19 anni. Negli ultimi vent'anni nessun prodotto del vivaio granata, a quelle età, è stato venduto per cifre simili. E allora il rischio è sempre lo stesso: che anche questa volta il talento venga visto prima come un assegno e solo dopo come un giocatore. Perché è proprio qui che entra in gioco Cairo, che ha oggi il potere di decidere quando, come e chi vendere. Può ancora una volta smontare ciò che il vivaio ha costruito, incassare nuove plusvalenze e aggiungere un altro inutile record alla sua gestione. Oppure può fare una cosa molto più semplice e, per una volta, molto più utile al Toro: rimandare almeno di un anno queste cessioni. Perché sarebbe anche ora di capire se questi ragazzi possono davvero diventare giocatori importanti con la maglia granata. Non si chiede di tornare agli anni d'oro del vivaio, quello oggi sarebbe probabilmente impossibile. Si chiede almeno di tornare ad avere una presenza significativa di giocatori cresciuti in casa nella prima squadra. Gineitis, Njie, Cacciamani e Luongo potrebbero essere l'inizio di qualcosa. Cairo può trasformarli nell'ennesima plusvalenza da mettere a bilancio oppure può provare a costruirci qualcosa. Il primo scenario lo conosciamo già. Il secondo, più difficile da credere, al Toro, manca da troppo tempo.
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