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Belfast, Troubles e George Best

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Torna "Loquor", la rubrica a cura di Carmelo Pennisi con un nuovo appuntamento

“Quando me ne sarò andato la gente ricorderà solo il calcio”. George Best

C’erano “Samson” e “Goliath” a dominare lo skyline di Belfast. Le due gru gemelle dei cantieri “Harland e Wolff” erano ancora lì, a ricordare i giorni in cui nel più grande bacino di carenaggio del mondo si varava il “Titanic” e 35.000 operai, quasi tutti protestanti e pronti a discriminare in ogni modo i pochi cattolici, lavoravano senza sosta per la gloria e l’onore del trono d’Inghilterra. C’erano i “murals”, la storia dei “Troubles” disegnati sulle pareti degli edifici sparsi nella città (che nessuno ancora oggi si sognerebbe di cancellare). C’erano “Great Falls” e “Short Strand”, dove da secoli generazioni di cattolici vivevano (e vivono) circondati da una moltitudine di “lealisti” decisi a perseguitarli e a deriderli ogni volta che se ne presentava (si presenta) l’occasione. C’erano soldati delle truppe speciali inglesi accovacciati sui tetti di alcuni edifici con i fucili puntati, e tu avevi la sgradevole sensazione che forse in un dato momento è proprio te che stavano puntando con il mirino.

C’era tutto questo nella mia prima e unica visita a Belfast, con amici irlandesi che a turno mi ricordavano come loro, gli irlandesi, fossero “quick to laugh, quick to fight, quick to cry(veloci a ridere, veloci a combattere, veloci a piangere). Belfast, a me profondamente cattolico, diede l’impressione analoga a quella ricevuta anni dopo a Cracovia: resistere, combattere, sopportare, con la certezza di risorgere, nonché con la consapevolezza che noi (le generazioni di cattolici) siamo la ragione per cui i nostri martiri e i nostri santi sono vissuti. Ma alla città polacca mancava qualcosa su cui l’attenzione, in quei miei giorni nella capitale nordirlandese, si riversò quasi immediatamente: a Cracovia mancava George Best.

“Assieme a George c’era sempre una palla”, disse un giorno Anne ad uno dei tanti cronisti con il taccuino aperto davanti, nella speranza di poter avere un aneddoto, una suggestione, un soffio di polvere di illusioni, su colui che è stata indiscutibilmente la stella più fulgida di Belfast. “Fai il bravo! E se non puoi fare il bravo… fa attenzione”. Poche cose mi sono entrate nel cuore e nell’anima come “Belfast” di Kenneth Brannagh, forse perché la capitale nordirlandese è terreno di gioco e campo di battaglia nello stesso tempo. Nasci con i “Troubles” e muori con i “Troubles”, e nel mentre ridi e corri dietro un pallone, e se speri in un miracolo c’è sempre un “murals” a ricordarti di non abusare troppo della serenità, perché questa non appartiene a nessun nordirlandese. Ti chiami Best di cognome, e appare una profezia come tante di quelle presenti nella Bibbia, ma nel caso di George sembra uno sberleffo, oppure una catarsi da patronimico.

I genitori sono protestanti, il padre Robert appartiene addirittura all’Ordine di Orange (una fratellanza segreta protestante), e cosa fa George? Comincia a frequentare le gradinate del “The Oval”, lo stadio dei Glentoran, la squadra protestante meno protestante di Belfast (al suo interno ha avuto sempre calciatori cattolici e tifosi cattolici, cosa alquanto incredibile per chiunque conosca la realtà dell’Irlanda del Nord). Non è dato sapere come la prese Robert, comunque il piccolo George fu scartato ad un provino dei “Glens”, rinverdendo un destino spesso vissuto dai geni: prima di affermarsi c’è sempre qualcuno che li scarta, non ritenendoli all’altezza. Ma il destino ha appostato Bob Bishop, osservatore del Manchester United, proprio a Belfast. Dopo aver visto giocare Best, corre subito all’ufficio postale più vicino e spedisce un telegramma a Matt Busby, padrone incontrastato dei destini dei “Red Devils”: “Matt, credo di aver scovato un genio”.

Sono passati pochi anni da quando su una pista dell’aeroporto di Monaco, Busby ha lasciato la sua “meglio gioventù”, quei “Busby Babes” destinati a dominare il mondo, ma che alla fine furono piegati dalla tragedia e dal dolore. Il coach scozzese ha bisogno di una scossa, di qualcosa che gli consenta di ricollegarsi con il calcio perduto nelle ultime parole di Duncan Edwards morente su un letto di ospedale: “A che ora comincia la partita contro i Wolwes, Jimmy? (Jimmy Murphy, leggendario “secondo” di Busby) Non devo saltare quell’incontro”. “Senza alcun congedo”, c’è scritto sulla tomba di uno dei più grandi talenti calcistici mai sbocciati in Inghilterra, e uno nato e cresciuto a Belfast ne potrebbe carpire ogni sottotesto più nascosto. Esci di casa e capita di inciampare su un “Bloody Sunday”, e non c’è “murals” di Bobby Sands(eroe dello “hunger strike”, lo sciopero della fame, in cui il leader dell’IRA morì insieme ad altri nove suoi compagni) sorridente che possa lenire il dolore di una madre. In uno di essi c’è scritto “la nostra vendetta saranno le risate dei nostri bambini”: ma intanto ci sono solo lacrime e dolore. La leggenda racconta che Best arriva a Manchester e dopo qualche giorno scappa e ritorna a Belfast, dove poi viene raggiunto da Busby e convinto a provare seriamente a diventare un giocatore di calcio.

“Tu lo sai chi sei, vero” Sei Buddy di Belfast”, si sente dire con tono solenne dal nonno, il Buddy del film di Brannagh, e la mente ritorna ad alcune immagini di Best tra i ciuffi d’erba di “Old Trafford”, la casa del Manchester United. E comprendo, e allora comprendo bene come questo ragazzo gracile nordirlandese fa riaffiorare dalla malinconia l’allenatore più leggendario d’Inghilterra. La scossa è il giocare per giocare, per combattere i reticolati, le strade chiuse da quartieri protestanti e cattolici, le casematte dei soldati inglesi pronti a spararti ad ogni minimo gesto sospetto. George corre lungo tutto il campo, a volte senza un perché, incurante di come questo suo non programmare faccia letteralmente ammattire Bobby Charlton, suo compagno nella linea d’attacco: metodico, professionale, calmo, cravatta sempre a posto. Charlton rassicura Busby, ma Best accende quella miccia di cui ogni storia di calcio ha bisogno e, oserei dire, anche ogni vita degna di essere vissuta. La sua vita sregolata fa fraintendere il suo talento, fino a nasconderlo; ma un giorno Pelè, che di certo di calcio se ne intendeva, dichiarò una cosa sorprendente solo chi non ha mai visto il calcio con gli occhi di chi ama davvero il calcio: “George Best è il più grande giocatore del mondo”.

Su queste parole l’orgoglio di Belfast, sia cattolica che protestante, si deve essere innalzato fino al cielo e oltre. Forse anche Dio lo deve aver percepito, e per un attimo, sorridendo con affetto, avrà perdonato quei figli discoli ostinati a battersi insensatamente nel suo nome. Qualcuno ha detto, e ha scritto, che George si è goduto troppo la vita e forse avrebbe potuto spendere meglio il suo immenso talento, ma avrebbe voluto dire togliere Belfast da dentro di sé, e questo proprio non lo avrebbe potuto fare. Ha ragione T.S Eliot, a proposito di tutto ciò che ci lega alla nostra esistenza: “non smetterò la mia esplorazione e la fine della mia ricerca sarà tornare dove ho iniziato e riconoscere quel posto come se fosse la prima volta”. Il calcio, se ci si riflette bene, è tornare a “quella prima volta” da tutti posseduta, e a cui non è possibile abiurare nemmeno se volessimo. George Best non gioca contro i suoi fantasmi, gioca con i suoi fantasmi. Li vuole con sé per non dimenticare mai da dove viene, sicuro, come solo ogni isolano può essere, della rassicurazione fatta al piccolo Buddy dal nonno: “non andrò in un posto dove non potrai trovarmi”. Chiudo gli occhi e ancora una volta ritorno a Belfast.

Con il cuore voglio e devo essere ancora una volta a Great Falls e a Short Strand, ma non posso non immaginare cosa deve essere successo quando in una fredda mattina del novembre 2005, tutte le redazioni giornalistiche del mondo annunciarono la scomparsa di George Best. Via i “murals”, via le barriere e i reticolati, via le targhe a commemorare tutti i morti dei “Troubles”. Si aprano i cancelli a dividere i quartieri protestanti e cattolici, si resti per un attimo muti e si lasci spazio solo alle lacrime e al ricordo. Un amico mi ha raccontato come quel giorno Belfast fosse davvero piegata in due dal dolore e di come Dio fosse diventato improvvisamente senza differenze. A chi non ha mai riflettuto su cosa sia veramente questo straordinario gioco, a chi non è mai entrato in uno stadio in tutta la sua vita, a chi ritiene insensato tutto quel gioire e soffrire per una palla che rotola, a chi scuote la testa perché dei genitori portano dei figli piccoli sulle gradinate di uno stadio nella bolgia di una finale, vorrei dire solo questo: questo gioco è una cura profonda per l’anima. Un emolliente donato a cuori sfregiati, con la speranza di poter rinascere, un giorno, dalla cenere dei ricordi.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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