Una piccola rivincita

Culto / Torna l’appuntamento con la rubrica di Francesco Bugnone. Siamo nell’estate 1993 e il protagonista è Marco Osio

di Francesco Bugnone

Nell’estate 1993 il Toro vive un sogno con le treccine: Gullit sta per lasciare il Milan e sembra avviato a vestire il granata. Goveani va a trovarlo in Versilia, suonano la chitarra insieme, Repubblica titola “Gullit e il nuovo Torino: condannati a piacersi”, manca solo la firma, quindi. Che arriva la settimana successiva. Sul contratto che gli propone la Sampdoria.

Il Toro non si perde d’animo e i tifosi stessi non si disperano più di tanto, visto che il piano B sulla carta è ottimo: si chiama Marco Osio, il Sindaco di Parma. Osio viene dal Fila, ha giocato sei partite in granata prima di passare all’Empoli dove firma lo storico primo gol in A dell’Empoli nel clamoroso 1-0 all’Inter nel giorno dell’esordio del Trap sulla panchina nerazzurra. E’ in gialloblù, però, che dà il meglio di sé. Protagonista della promozione col Parma di Scala, porta il nove sulle spalle, ma gioca da centrocampista avanzato. Segna in tuffo di testa la rete del primo successo in serie A dei ducali contro il Napoli campione d’Italia e sarà grande protagonista della qualificazione in Coppa Uefa del team targato Parmalat.

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L’anno dopo sarà decisivo nella doppia finale di Coppa Italia contro la Juventus. Se all’andata aveva fallito una rete non difficile in una gara finita 1-0 per i bianconeri, al ritorno, quando tutto sembrava apparecchiato per la vittoria juventina con tanto di Mike Bongiorno seconda voce in telecronaca, arriva la rivincita. Al “Tardini” Melli porta in vantaggio i padroni di casa nel primo tempo e, a inizio ripresa, il Sindaco, liberato da uno splendido scambio in velocità Brolin-Melli-Cuoghi, non fallisce e sigla il gol che vale il trofeo, regalando un sorrisino anche noi a granata che solo il giorno prima ci schiantavamo sui pali di Amsterdam. Nel 92/93 gioca un po’ meno, complice il ciclone Asprilla, ma è titolare nella finale (vinta) di Coppa delle Coppe a Wembley e trova il tempo di piazzare una doppietta alla Juventus, in un 2-1 in rimonta tre giorni dopo. Insomma, il curriculum è buono.

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Invece, purtroppo, l’esperienza andrà male. Quell’anno Gullit sarà devastante in blucerchiato, trascinando i suoi in zona Uefa e vincendo la Coppa Italia, segnandoci all’andata al ritorno in campionato. Come cervo che esce di foresta, per dirla alla Boskov. Osio invece vive una stagione in cui qualsiasi cosa faccia va più o meno male, in primis dal punto di vista fisico. Poi ci sono due momenti di svolta che potrebbero far girare la sua seconda vita granata, ma diventano, al contrario, un boomerang.

Il primo è all’alba della stagione, dall’altra parte dell’oceano, dove Milan e Toro si vanno a giocare la Supercoppa italiana negli States che aspettano il mondiale senza scomporsi più di tanto. A Washington i rossoneri vanno in vantaggio al 4’ con Simone, che si fionda su un pallone colpito di testa da Savicevic e Mussi e brucia Galli. Pochi secondi e arriva un’enorme chance per l’1-1: sugli sviluppi di una punizione di Jarni, il tocco errato di Boban si tramuta in un assist per Osio che, solo davanti a Rossi, svirgola incredibilmente la palla mandandola in curva in un modo che vedremo fare solo a Salas dal dischetto.

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Il secondo momento è in un derby combattutissimo, alla settima di andata. Daniele Fortunato risponde a Conte, Sergio replica a Moller. Sul 2-2, al 65’, Osio subentra a Carbone e ha subito il pallone per entrare nella storia delle stracittadine granata. Sergio triangola con Venturin e cede al Sindaco, nei pressi della lunetta, il quale, da fermo, si inventa un dribbling da campione che lo porta a tu per tu con Peruzzi. Al momento del tiro, però, complice il disturbo di Julio Cesar, la palla va altissima. Un gol da urlo diventa un errore clamoroso. Il 3-2 di Kohler renderà ancora più crudele il tutto. La stagione continuerà a essere maledetta.

L’anno successivo Calleri vende più o meno tutti, ma Osio rimane, quasi dimenticato in un angolino. A causa dei rinvii con Juventus (per alluvione) e Milan (per coppa Intercontinentale) e delle soste per la nazionale, il Toro di Sonetti si ritrova a disputare una partita sola in un mese, in casa della Sampdoria. Non è una partita qualunque, è la partita del ritorno di Gullit che, nel frattempo, era tornato al Milan per poi rilasciarlo e riaccasarsi alla Samp. Sembriamo il vitello da sacrificare per festeggiare il figliol prodigo, ma non ci avevano visto bene. Non siamo un vitello. Siamo il Toro.

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La Samp ha predominio territoriale, ma il Toro, con un generoso Silenzi, ribatte colpo su colpo. I pericoli arrivano solo nel finale di tempo con un tiro da fuori proprio di Gullit e un colpo di testa di Platt, ma Pastine vola. In avvio di ripresa, però, Gullit verticalizza per Jugovic che penetra nella difesa granata e calcia con forza: il portiere granata può solo toccare il pallone del vantaggio doriano. Al 68’ Sonetti richiama Rizzitelli e decide di buttare dentro Osio, dopo averlo già inserito a gara in corso nella sconfitta di Cagliari. 4’ dopo il cambio si rivela azzeccato: Pelè diventa Mago Abedi e danza sul lato sinistro dell’area prima di servire al centro il Sindaco che non deve stare lì molto a pensarci. Mette semplicemente il piattone e la rete si gonfia. Proprio davanti a Gullit di cui ha preso idealmente il posto l’anno prima, proprio nel giorno dedicato al suo ritorno per rovinarglielo. L’esultanza è rabbiosa, non polemica e le dichiarazioni di fine gara (“Mi sembra di uscire da un brutto sogno. Il gol viene dopo un anno e mezzo di sofferenza che però ho vissuto con serenità”) spiegano tutto. Teniamo il pari nonostante l’espulsione di Torrisi poco dopo il pareggio: ci vuole un po’ di cuore per resistere, ma con noi non è un problema.

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Sarebbe bello dire che da lì Osio abbia ricominciato a essere quello di Parma. Purtroppo ci saranno ancora infortuni e poco spazio, ci sarà anche un gol sbagliato contro la Cremonese che avrebbe potuto rilanciare qualche speranza europea e, a fine anno, Marco lascerà il granata per andare a vivere una bella esperienza di calcio e di vita al Palmeiras, prima di tornare in Italia nelle serie inferiori. Quella contro la Samp rimane semplicemente una piccola rivincita in uno di quegli strani incroci voluti dal destino.

Osio dirà di essersi comunque sentito amato a Torino, dove è cresciuto, è diventato calciatore, anche se non ha confermato le aspettative per un sacco di motivi quando è tornato. I tifosi stessi non ce l’hanno e non ce la potranno avere mai con Osio. Il fatto è che certe volte si ha tutto per stare bene insieme, ma le cose non girano, non vanno, non era momento, non era destino. E allora ti dispiace, ma non ti vuoi male. Che poi come fai a voler male a uno col sorrisone di Marco e che ha fatto perdere una coppa Italia alla Juve? Proprio non si può. Io gli voglio e gli vorrò sempre bene.

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Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (o meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l’eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e…Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

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  1. BogaBoga - 4 settimane fa

    Bella la frase “Il fatto è che certe volte si ha tutto per stare bene insieme, ma le cose non girano, non vanno, non era momento, non era destino. E allora ti dispiace, ma non ti vuoi male.”

    La prosecuzione naturale del ragionamento è che questo non potrà mai succedere con cairo, a causa dei suoi 15 anni di menzogne, la mancanza di cuore e di rispetto verso la gente del Toro.
    Giusto che tu lasci il ragionamento sospeso.. io lo chiudo a modo mio.

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  2. Emilianozapata - 4 settimane fa

    Caro Bugnone, grazie per il lavoro che conduci sul passato prossimo del nostro Toro. La tua generazione almeno ha fatto in tempo af assistere agli ultimi momenti di gloria, ma anche all’inizio della fine. Io invece sono nato nell’anno in cui il Toro giocava con la T di Talmobe sulla maglia e ne ho viste di tutti i colori, belli o brutti. Spiace per i ragazzi e i bambini di oggi, condannati solo al peggio, del Toro e del calcio. Spero almeno che la pensino come tanti di noi: meglio morire granata che vivere da gobbi

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    1. Gianluca - 4 settimane fa

      Non preoccuparti Emiliano…io sono del ’76 e terremo sempre duro, pur senza esserci divertiti negli anni ’70. Incrociai Osio qualche anno fa… era al Bellaria Igea Marina da dirigente in una situazione societaria non limpida e in una giornataccia di pioggia. Lui fu davvero gentile. Gli ho parlato tre secondi, ma mi sono rimasti impressi. Carattere particolare, forse. Non ne so molto di più.

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