In ricordo di Franco Baresi
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I genitori se ne erano andati via all'improvviso e troppo giovani, perché la vita dei contadini, per secoli, è sempre stata una scommessa da vincere o perdere dal momento in cui ogni volta al mattino si alzava il sole. La terra prende con la stessa generosità con cui dà, e in un campo puoi trovare lacrime come il sorriso, ma lasciando comunque ogni volta copiose scie di sudore.
“Di mia madre non ho memoria, avevo tredici anni quando è morta”, raccontò una volta dando segno che il trauma era allocato dentro di lui come una nuvola triste incapace persino di portare la pioggia. Un incidente si era portato via il padre solo tre anni dopo, quando lui, diciassettenne, giocava nella “Primavera” del Milan, ed era ad un passo dall'esordio in Serie A con quella maglia rossonera che avrebbe indossato per tutta la vita nella gioia e nella tempesta. Franco Baresi è stato milanista fin nel profondo della sua anima, trovando in un campo di calcio quella madre e quel padre che non aveva più, e onorandolo come pochi hanno saputo fare nella ormai lunghissima storia del calcio.
Il Milan e i milanisti lo hanno amato senza riserve, come solo i genitori sanno fare, e lui ha ricambiato con una dedizione totale, senza clamori o parole fuori posto. Il fatto è che era schivo, custode della propria interiorità e dei propri sentimenti, quercia della sua indipendenza. Baresi ha avuto il difficile compito di lenire la tristezza del tifo rossonero per il ritiro di Gianni Rivera; del fuoriclasse alessandrino fu lui a raccoglierne il testimone. Qualche anno dopo giunse anche Paolo Maldini ad aiutarlo nel compito di dare alla casa milanista l'idea di come tutto sia un filo che non si spezza mai.
Non è stato semplicemente un difensore dai piedi buoni, Baresi era l'idea di una zona di campo che doveva essere argine ad ogni tipo di paura che poteva attraversare la squadra. Con lui la difesa era quel ritorno a casa tra le solide mura amiche, dove ogni componente della famiglia poteva trovare un suo perché. Chiedere a Billy Costacurta o a Filippo Galli cosa ciò abbia voluto dire. Come Rivera ebbe Sandro Mazzola fulgido rivale, il numero sei trovò, nella prima parte della sua carriera, la stessa rivalità per una maglia azzurra in Gaetano Scirea, altro schivo grandissimo del gioco del calcio. Baresi è stata la luce nella tempesta dell'onta di due retrocessioni in Serie B, ed è stata la calma nei fasti del Milan vincente di Silvio Berlusconi. Niente era eccessivo in lui, ma semplicemente opportuno.
Analogamente a Roberto Baggio, non lesinò di rischiare la sua gamba sottoponendosi ad un recupero fulmineo (25 giorni) della rottura del menisco durante i mondiali americani del 1994. Riuscì ad esserci nella triste finale di Pasadena contro il Brasile, dove gran parte degli Azzurri guidati da Arrigo Sacchi non si reggeva più in piedi per la fatica o per infortuni latenti vari. La nostra Nazionale si batté con onore e costrinse il Brasile a prendersi la Coppa del Mondo nella lotteria dei rigori. Alla fine Baresi pianse a dirotto, sapeva di essere giunto alla fine di un percorso nel momento in cui il pallone da rigore tirato da Baggio Roberto da Caldogno aveva superato la traversa avviandosi verso le stelle.
Un rigore è sempre l'atto finale della nostra lotta con l'ignoto e l'accettazione del verdetto del destino. Franco Baresi, insieme al fratello Beppe che di destino fa il nerazzurro dell'Inter, è stato un figlio di quella Lombardia manzoniana semplice e dedita al dovere come valore principe. In “quel ramo del Lago di Como”, che è cuore geografico dell'animo.
CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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