La pagina più nera della carriera del capitano granata: l'espulsione dopo appena sette minuti nel match dei Mondiali del ’62 e le accuse infamanti mosse dalla penna di Gianni Brera

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Ferrini, un uomo d'oro (VIDEO)

“Ho combinato un bel guaio in Italia-Cile, ho rovinato tutto...”. Giorgio Ferrini è appena rientrato dal Sudamerica con i suoi compagni di Nazionale. È l'11 giugno 1962 e all'aeroporto di Milano Malpensa lo attende la fidanzata Mariuccia Paradisi. Ha ventidue anni, indossa una giacca scura, camicia bianca e cravatta, con lo stemma della Nazionale cucito sul petto. I capelli sono ordinatamente pettinati, lo sguardo serio. Un cronista dell'epoca lo descrive “smagrito e triste”. Tra i presenti qualcuno gli grida “Bravo Giorgio, hai fatto bene!”, ma viene subito zittito. Il giovane centrocampista del Torino ha alle spalle un Mondiale finito nel peggiore dei modi. Ha giocato appena sette minuti contro il Cile, prima di essere espulso. E ancora non sa quanto a lungo quella partita continuerà a pesare sulla sua storia.

World Cup Finals, 1962. Santiago, Chile. 2nd June, 1962. Italy 0 v Chile 2.  English referee Ken Aston tries to bring order after fighting broke out between Italian and Chilean players during their group two match dubbed as "The Battle of Santiago".  Chil

È la sera del 4 giugno 1962 e, come ai tempi di “Lascia o raddoppia?”, milioni di italiani si affollano davanti al televisore. Sul Programma Nazionale va in onda Cile-Italia, seconda partita degli azzurri ai Mondiali, disputata due giorni prima. Il risultato è già noto: la radiocronaca di Nicolò Carosio ha raccontato in diretta la sconfitta per 2-0. Ma le immagini, arrivate dal Sudamerica soltanto dopo un lungo viaggio, hanno acceso la curiosità di un Paese intero.. Tutti vogliono vedere con i propri occhi quella che passerà alla storia come la Battaglia di Santiago.

Una battaglia cominciata ben prima del fischio d'inizio. A incendiare gli animi erano stati due reportage firmati da Antonio Ghirelli sul Corriere della Sera e Corrado Pizzinelli sulla Nazione e sul Resto del Carlino. Il primo aveva definito una “pura follia” l'organizzazione di un Mondiale a tredicimila chilometri dall'Italia, descrivendo il Cile come un Paese povero, con strutture e servizi inadeguati. Ancora più sprezzante il secondo, che aveva dipinto Santiago attraverso “denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria”, arrivando a formulare giudizi offensivi sui suoi abitanti. Parole riprese dalla stampa cilena, che avevano alimentato un clima di ostilità nei confronti degli azzurri. “Due articoli sia pure poco felici non giustificano il comportamento degli spettatori”, scriveva Francesco Rosso sulla Stampa del 2 giugno, raccontando i fischi che accompagnavano la Nazionale italiana.

Quando le due squadre scendono sul terreno dello Stadio Nacional, la tensione è già altissima. Bastano sette minuti perché esploda. Ferrini perde il pallone dopo un intervento di Honorino Landa e reagisce tentando di colpire l'avversario con un calcio. L'arbitro inglese Kenneth Aston lo espelle. Giorgio non vuole saperne di uscire, protesta, rimane sul terreno di gioco. Devono intervenire due dirigenti italiani e i carabineros cileni per accompagnarlo fuori. Una fotografia pubblicata sui giornali lo ritrae con il volto tra le mani, piangendo, accanto al massaggiatore Comino. Il nervosismo non si placa: Leonel Sanchez rompe il naso a Humberto Maschio con un pugno, Mario David viene a sua volta espulso e l'Italia, rimasta in nove, resiste fino al secondo tempo prima di arrendersi per 2-0. “È difficile ricordare uno scandalo simile”, scriverà Vittorio Pozzo sulle pagine della Stampa, contestando soprattutto la direzione arbitrale.

“Fu una partita molto dolorosa per Ferrini, che era un giovane promettente, non ancora un titolarissimo della Nazionale — racconta Alberto Facchinetti, giornalista sportivo e collaboratore del Foglio, autore del libro La battaglia di Santiago, pubblicato nel 2012 —. Aveva ventidue anni e poche presenze in azzurro. Quella partita gli costò molto cara, soprattutto per il suo futuro in Nazionale. Ebbe la possibilità di vincere l'Europeo del 1968, ma quel Cile-Italia se lo portò sempre dietro”.

Le prime conseguenze arrivano già nei giorni successivi. Dopo aver esaminato il filmato dell'incontro, la Fifa squalifica Ferrini anche per la partita contro la Svizzera, l'ultima del girone. È l'unico dei quattro espulsi esaminati dalla commissione disciplinare a ricevere un'ulteriore sospensione. Una decisione che scatena la protesta della delegazione italiana Artemio Franchi denuncia la disparità di trattamento rispetto a Leonel Sanchez, rimasto impunito nonostante il pugno a Maschio. Ma intanto su Ferrini si è abbattuta una polemica ben più pesante.

Il giorno dopo la partita Gianni Brera, sulle pagine del Giorno, insinua che il comportamento del centrocampista granata sia dovuto all'assunzione di sostanze stimolanti. “Ferrini, sciocco, sicuramente drogato oltre il lecito”, scrive, arrivando a domandarsi quale fosse stata la dose delle “amine psicotoniche”. Le accuse non sono accompagnate da prove, ma attraversano l'oceano e vengono riprese dai quotidiani cileni. Il 5 giugno Stampa Sera titola: “Assurde accuse dei cileni: Ferrini vittima di eccitanti”. Artemio Franchi denuncia un “linciaggio morale” nei confronti degli azzurri.

“Non so su quali basi Brera abbia formulato quelle accuse — osserva Facchinetti —. All'epoca i giornalisti avevano un'influenza enorme sul mondo del calcio, arrivavano persino a condizionare le scelte dei commissari tecnici. Brera non portò nessuna prova. Secondo me sbagliò e trovo comprensibile il risentimento di Giorgio e della sua famiglia. In quell'occasione non fu all'altezza della sua grandezza”.

Ferrini non ha intenzione di lasciar correre. L'8 giugno Stampa Sera riferisce che il presidente della Federcalcio Giuseppe Pasquale avrebbe querelato Brera e che la Federazione starebbe facendo pressioni sul Torino affinché si associ all'iniziativa giudiziaria. Tre giorni più tardi La Stampa torna sulla vicenda: il centrocampista granata ha dichiarato di aver ottenuto il permesso federale per sporgere personalmente querela contro il giornalista. Non è però accertato che quell'intenzione si sia tradotta in un'azione legale.

“Quando scrissi il libro ebbi modo di parlare con Amos, il figlio di Ferrini — ricorda Facchinetti —. Mi raccontò che suo padre avrebbe voluto querelare Brera già nel 1962, ma che i dirigenti del Torino glielo sconsigliarono per paura delle ripercussioni sulla stampa. La questione riemerse nel 1990, quando Brera tornò sull'episodio, prima su Repubblica e poi in televisione. Amos mi disse che la famiglia presentò querela e vinse la causa penale. Era stata avviata anche un'azione civile, ma Brera morì prima che si arrivasse a una sentenza”.

Le parole di Amos restituiscono la durata di una controversia che, secondo la sua testimonianza, non si era mai davvero chiusa. Ferrini, invece, con il passare degli anni sembrò scegliere il silenzio. Nel 1964 Angelo Pinasi, autore di una monografia dedicata al capitano granata, riuscì a farlo tornare su Santiago. Giorgio ammise la propria responsabilità, definendo l'espulsione uno dei momenti peggiori della sua vita: “Ho sbagliato, e ho pagato”. Era una riflessione diversa da quella affidata ai giornalisti al ritorno dal Cile, quando aveva sostenuto che il suo fallo meritasse soltanto un'ammonizione.

“Ferrini si pentì sicuramente di quella reazione — riflette Facchinetti —. Anche nell'intervista rilasciata un paio d'anni dopo si capiva che era ancora molto amareggiato. Poi, come mi raccontò Amos, in famiglia non ne parlò quasi mai. Credo che avesse subito talmente tanta cattiveria e che quella vicenda avesse pesato così tanto sulla sua carriera da indurlo a non tornarci più. Soffrì in silenzio”.

Le conseguenze sulla carriera in Nazionale sono più difficili da misurare. Dopo Santiago, Ferrini deve attendere oltre cinque anni prima di indossare nuovamente la maglia azzurra. Fu davvero l'espulsione contro il Cile a tenerlo lontano così a lungo? “Conferme non ne ho — precisa Facchinetti —. In quegli anni cambiarono diversi commissari tecnici e ci furono molte vicissitudini. Certamente quella partita non lo aiutò. Ho l'impressione che un giocatore di una società più influente, come la Juventus, avrebbe potuto essere perdonato più facilmente. Ferrini, invece, uscì dal giro della Nazionale e faticò enormemente a rientrare”.

Il ritorno arriva nel dicembre 1967. Pochi mesi più tardi Ferrini fa parte dell'Italia che conquista il Campionato europeo del 1968, il primo titolo continentale nella storia degli azzurri. Gioca la prima finale contro la Jugoslavia, conclusa sull'1-1, prima che la ripetizione consegni il trofeo alla squadra di Ferruccio Valcareggi. È anche la sua settima e ultima presenza con la maglia della Nazionale. Ha appena ventotto anni. “Fu sicuramente una rivincita — conclude Facchinetti —. Vincere un Europeo rappresentava un risultato importantissimo, soprattutto dopo quanto era accaduto in Cile. Credo che per Ferrini sia stato un riscatto, anche se ho l'impressione che il suo rapporto con la Nazionale fosse ormai compromesso”.

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