Sono anni che l'ambiente granata stia vivendo un momento complesso, ma proprio per questo è necessario, per quanto possibile, analizzarlo con razionalità
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Sabato 19 alle 15:00 la squadra di Abate affronterà in trasferta il Bologna dell’appena designato Palladino, arrivato in seguito all’esonero di Tedesco dopo un inizio di stagione decisamente sottotono. Il Torino di Abate si presenta invece reduce dalla sconfitta contro la Roma, risultato che ha parzialmente spaccato la tifoseria granata tra chi continua a credere nel progetto e chi, invece, di pazienza sembra averne già ben poca. Anche perché, guardando alla prossima uscita, i numeri non sorridono certamente ai granata: dall’ultima vittoria in campionato al Dall’Ara sono passati 10 anni e 5 mesi, quando un rigore di Belotti al 93’ regalò i tre punti al Toro.
La trasferta di Bologna arriva però in un momento delicato della stagione. Dopo questa quinta giornata ci sarà infatti la pausa per le nazionali, una sosta che, almeno sulla carta, può fare parecchio comodo ad Abate e i suoi. Non tanto per il semplice fatto di avere due settimane senza campionato, quanto perché diversi giocatori della rosa sono arrivati soltanto negli ultimi giorni di mercato e non hanno praticamente mai avuto la possibilità di svolgere una vera preparazione insieme al nuovo allenatore. Pretendere quindi che dopo poche settimane esistano già automatismi, alchimia e una struttura di gioco perfettamente riconoscibile é oggettivamente poco realistico. Allo stesso tempo, però, questo non può essere un alibi: il Bologna è sedicesimo con un solo punto conquistato, ha appena cambiato allenatore ed è una squadra al momento in difficoltà.
È giusto lamentarsi, quindi, ed è altrettanto giusto pretendere qualcosa in più. Va però contestualizzato ciò che abbiamo visto finora. Ed è forse proprio qui che bisogna tornare al concetto di progetto. Per anni questa parola è stata utilizzata quasi con leggerezza parlando del Torino, quando nei fatti di progettualità se n’è vista ben poca. L’ultimo vero ciclo è probabilmente stato quello di Ivan Juric, e la parola ciclo invece di progetto non é casuale: ogni estate la squadra veniva in parte smantellata e ricostruita, spesso attraverso prestiti e operazioni pensate soprattutto per risolvere necessità immediate. C’era continuità tecnica in panchina, questo sì, ma molto meno nella costruzione della rosa o gestione societaria. Un continuo rimandare, stagione dopo stagione, senza riuscire realmente a mettere un mattone sopra l’altro. E quando questa continuità è venuta meno, i limiti di una costruzione pensata troppo spesso sul breve periodo sono inevitabilmente venuti fuori.
Adesso, nel bene o nel male, la strada intrapresa sembra differente. Il Torino ha scelto un allenatore giovane, ha deciso di puntare sulla valorizzazione di diversi ragazzi e di provare a costruire qualcosa che possa crescere nel tempo. Ed è proprio qui che serve pazienza, quella vera. Non quella utilizzata come scusa per accettare qualsiasi prestazione, ma quella necessaria per permettere ad Abate di attraversare anche i momenti difficili senza essere distrutto al primo ostacolo.
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Parlare di campo è sicuramente più bello, ed è quello che vorremmo fare tutti, ma trovare oggi una quadra tattica definitiva per una squadra che ha avuto così poco tempo per conoscersi è veramente complicato. Ciò che mi auguro per Abate è soprattutto che riesca a trovare solidità e continuità in mezzo al campo, perché finalmente gli interpreti ci sono e le possibilità per costruire qualcosa di interessante non mancano. La capacità di creare gioco è stata uno dei grandi problemi del Torino degli ultimi anni: troppe volte abbiamo visto squadre incapaci di uscire pulite dal basso, costrette alla giocata diretta o dipendenti dall’iniziativa del singolo. Non sorprende quindi, anzi andrebbe paradossalmente elogiato, che Abate abbia già provato numerosi interpreti e assetti differenti di mediana in campionato, non avendo avuto purtroppo questi interpreti durante la preparazione estiva.
E forse proprio questa ricerca continua può diventare, col tempo, uno dei punti di forza del nuovo Toro. Abate ha ribadito più volte di non essere un allenatore legato ad un singolo modulo. Lo aveva già mostrato nelle precedenti esperienze e lo sta confermando nelle prime settimane in granata: prova, modifica, sposta interpreti e cerca soluzioni differenti in base alle caratteristiche della partita. Ed è probabilmente questa la sfida più grande. Prima ancora del 3-5-2, del 4-3-1-2 o di qualsiasi altra disposizione tattica, questo Torino deve ritrovare un’identità. Perché oggi l’identità granata è qualcosa che vive solo nei ricordi e nelle richieste dei tifosi grazie al famoso "vecchio cuore granata." Sul campo, però, sono anni che manca, ed è proprio per questo che il mestiere di Abate é tremendamente complesso. Forse le fondamenta sono ancora difficili da vedere, ma se davvero si vuole costruire qualcosa, è esattamente da lì che bisogna partire.
RICCARDO LEVI - Studente di Economia con il calcio nel cuore. Di fede granata, coltiva il sogno di entrare nell’industria calcistica così da unire il suo entusiasmo per schemi e tattiche con i suoi studi.
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