Il direttore di Toro News analizza la sconfitta contro il Como ponendo l'accento su Abate e la sua proposta che studia Fabregas

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Torino-Como 1-3, il postpartita: "Una sconfitta non cancella i progressi di Abate"

Non parliamo soltanto di “spirito Toro”. Sarebbe riduttivo e anche inutilmente romantico e retorico. Innanzitutto sarebbe riduttivo perché il calcio non può essere solo spirito, anima e cuore: sarebbe una banalizzazione di una disciplina che fa della tecnica e della tattica i suoi fondamenti. Ecco quindi che parlare soltanto di “spirito Toro” non può funzionare. Il Torino della stagione sportiva 2026/2027 ha finalmente un progetto tecnico chiaro ed evidente che basa le sue fondamenta su concetti precisi, quelli di Ignazio Abate. Era da tempo che il club granata a livello di Prima Squadra non esprimeva un progetto tecnico di natura così profonda. Si afferma ciò dopo una sconfitta, la quale però va contestualizzata. È arrivata contro un grandissimo avversario, uno di quelli in grado di far girare la testa al Manchester United e di far saltare il banco in Serie A. Il Como delle prime nove giornate, nonostante tre partite in Champions League già giocate, viaggia con 4 punti di vantaggio sulla versione 2025/2026 e le proiezioni lo portano se non al primo posto del campionato (l’Inter appare avere valori complessivi superiori), al secondo. Tradotto: il Torino si è arreso nel segmento finale di gara di fronte all’eccellenza assoluta della Serie A.

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Il Torino di Ignazio Abate ha confermato che sta seguendo un progetto tecnico. E questo non vuol dire che in ogni partita la squadra si esprimerà allo stesso modo, con le medesime dinamiche. Anzi, il progetto tecnico di Abate si fonda su due espressioni chiave: essere cangianti ed essere asimmetrici. Proprio per tali ragioni è un progetto tecnico che ha tranquillamente diritto di cittadinanza nel cosiddetto calcio “contemporaneo”. La proposta di Abate rispecchia la carta d’identità del giovane tecnico: è frizzante e brioso, è intercambiabile e accattivante, sa anche essere difesa serrata e ripartenza veloce (è successo molto spesso, forse troppo spesso, dal 35’ del primo tempo in avanti contro il Como). Tutto questo non può essere soltanto “spirito Toro”. Per carità può aiutare (anche se è tutto da capire cosa si intenda per “spirito Toro” nel 2026 e con le aziende-calciatori di questi giorni), ma non può essere l'unica ragione del risveglio granata. Che Abate avesse quella roba lì, quel fuoco dentro stimolato dallo studio estremo dei principi era lampante fin dal giorno uno a Pinzolo, nel ritiro estivo. La prova dei fatti sta arrivando dopo la maxi sosta per le Nazionali. Era necessario stringere i denti fino alla quinta, purtroppo si è arrivati più zoppicanti del previsto e senza l’accesso al turno successivo di Coppa Italia (grave pecca della prima stagione di Abate sulla panchina granata), però dopo le tre settimane senza campionato quasi tutto è cambiato.

Dopo la prima vittoria in Serie A, avevamo detto che “è meglio fingersi acrobati che sentirsi dei nani” ed effettivamente il Torino visto dall’Udinese in avanti è stato proprio lo specchio del coraggio delle proprie idee. Nemmeno contro il quotato Como i granata si sono tirati indietro, anzi hanno sviluppato concetti e per poco non si concretizzava lo scalpo eccellente. Hanno messo a dura prova il Como, costringendolo a un ulteriore step di crescita in questa sua portentosa cavalcata verso l’olimpo del calcio italiano ed europeo. Ecco sul campo grazie al progetto tecnico imbastito da Abate (con il fondamentale ausilio di Gianluca Petrachi, già incensato dopo il successo sul Monza) il gap abissale che intercorre tra la società Torino e la società Como è stato molto limato. Le due formazioni sarebbero potute uscire entrambe con punti, alla fine se li è portati a casa la squadra che può permettersi di avere Nico Paz nel roster. Se a livello di budget, di struttura societaria, di infrastrutture, di idee di marketing e anche di ambizione di posizionamento globale del brand Torino e Como appartengono a due galassie differenti, invece a livello di campo nella serata dello stadio “Olimpico-Grande Torino” il Torino di Abate ha dimostrato di studiare il Como di Fabregas in quanto a proposta dirompente nel calcio nostrano. Merito di un progetto tecnico fondato su crismi solidi, validi e all’avanguardia.

Chi può sorridere per quanto viene proposto dal Torino è Urbano Cairo che resta in silenzio a osservare. Anche lui sta sviluppando un nuovo progetto comunicativo, volto a limitare gli sbrodolamenti e quelle che potrebbero essere le domande su argomenti scomodi (il futuro dello stadio resta un grande punto interrogativo, ma anche per quello più che le parole servono i fatti e nello specifico un progetto). La strategia (e lo diciamo a dispetto degli interessi di un mezzo di informazione come il nostro) è apprezzabile: limitare le parole in un momento storico in cui qualsiasi cosa dicesse si tramuterebbe in potenziale polemica. Più Cairo resterà nel dietro le quinte, come saggiamente sta facendo, più il progetto tecnico potrà alimentarsi. E anche l’optimum societario troverà la sua esaltazione. Perché nel calcio non è lo spirito ma è il progetto tecnico che apre la strada alla monetizzazione valorizzando il talento.

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