Lettera alla redazione: "Ho pensato tanto se scrivere anche questa volta..."

stadio Olimpico Grande Torino

Torino, l'iniziativa Cuore Granata

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Curva Maratona - Torino-Fiorentina

Oggi la lettera porta la firma di Pietro Ponzone: non andremo mai via.

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Ho pensato tanto se scrivere anche questa volta. Davvero tanto. Ero vicino a non farlo. Perché a un certo punto ti stanchi anche di farti illudere. Ti stanchi di aspettare qualcosa che non arriva mai, di difendere una squadra che troppo spesso non difende noi, di amare una maglia che chi la indossa sembra non capire fino in fondo. Poi però è bastata una cena con uno juventino. Sono bastati due post, due battute, due frasi dette con quella solita superiorità, per farmi ricordare una cosa semplice: cosa significa essere del Toro. Stasera è l’ultima giornata di campionato. Noi siamo salvi, trascinati ancora una volta dentro una stagione senza emozioni, senza grandezza, senza vera ambizione. Loro si giocano ancora qualcosa, forse la Champions, forse l’ennesima occasione per raccontarsi grandi. Ma io non voglio parlare della partita in sé. Perché lì, lo sappiamo, ci sono due mondi lontani. Una società costruita per competere e una società che da anni sembra accontentarsi di sopravvivere. Una squadra che insegue l’Europa e una squadra che troppo spesso fatichiamo persino a riconoscere. Ma stasera il punto non sono loro. E forse, per una volta, il punto non sono nemmeno quei undici che scenderanno in campo. Il punto siamo noi. Noi tifosi del Toro.Noi che, seguendo ogni logica, ogni razionalità, ogni calcolo umano, avremmo già dovuto mollare.Avremmo dovuto smettere di crederci, smettere di esserci, smettere di tornare. Perché una squadra che non ti rappresenta e una società che non ti rispetta, prima o poi, la abbandoni.E invece no. Il 24 maggio lo stadio Olimpico Grande Torino sarà pieno. La Maratona tornerà a respirare. Le bandiere torneranno ad alzarsi. Le sciarpe torneranno a essere voce, ferita, memoria. E non torniamo perché crediamo ingenuamente nella vittoria. Non torniamo perché ci hanno convinti. Non torniamo perché questa squadra se lo merita. Torniamo per dire all’altra faccia della città una cosa sola: non siamo andati via. Siamo ancora qui.

Ci saremo sempre. E ve lo dimostriamo oggi. Perché il risultato, ormai, lo fa una squadra che spesso non ci rappresenta più. Ma sugli spalti il risultato lo facciamo noi. Sugli spalti siamo noi contro di voi. Noi contro la vostra arroganza. Noi contro la vostra abitudine a vincere senza sapere cosa significhi resistere. Noi contro chi parla di Torino come se in questa città esistesse una sola squadra. Ma Torino non è una sola squadra. Torino ha anche un cuore granata. Un cuore ferito, sì. Deluso, sì. Tradito, forse. Ma vivo. E voi, questo, non lo capirete mai. Il tifoso juventino si lamenta perché forse l’anno prossimo dovrà guardare le partite il giovedì invece che il mercoledì. Noi siamo ancora qui dopo anni di nulla. Dopo stagioni grigie. Dopo promesse mancate. Dopo derby vissuti più con rabbia che con speranza. Eppure siamo qui. Perché un debole si innamora del risultato.Noi ci siamo innamorati di un’idea. Il Toro non è mai stato soltanto vincere. Il Toro è Ferrini, “il capitano dei capitani”. Il Toro è Pulici, che ancora oggi ricorda a tutti cosa siamo stati, cosa siamo e cosa dovremmo tornare a essere. Il Toro è Meroni, la Farfalla Granata, che non è stata solo un calciatore, ma un modo diverso, libero e fragile, di stare al mondo. Il Toro è chi ha perso, è caduto, è stato dimenticato, ma non si è mai consegnato. Noi non andiamo allo stadio perché siamo sicuri che qualcosa risorgerà domani. Ci andiamo perché non vogliamo essere noi a seppellirlo. Ci andiamo perché quegli undici giocatori capiscano, almeno per una sera, che per noi questa maglia è qualcosa che va oltre il calcio. È memoria. È appartenenza. È rabbia. È dignità. È protesta. È amore anche quando amare fa male. Oggi torniamo non per applaudire una società. Non per accettare la mediocrità. Non per dimenticare quello che non va. Oggi torniamo per rappresentare noi stessi.

Per dire che il Toro non è Cairo, non è una classifica, non è una stagione buttata, non è una salvezza festeggiata come fosse un traguardo. Il Toro siamo noi. Siamo quelli che restano quando non conviene. Quelli che non scappano quando non si vince. Quelli che non hanno bisogno di una coppa per sapere chi sono. Venite, allora. Venite conigli. Venite con le vostre certezze, con le vostre battute, con le vostre sciarpe nascoste o proibite, con la vostra superiorità da classifica. Entrate a casa nostra. Perché oggi siete ospiti. E oggi vedrete cosa significa appartenere a qualcosa anche quando quel qualcosa ti spezza il cuore. Vedrete una gente che non canta perché vince. Canta perché resiste. Vedrete una curva che non torna per dimenticare. Torna per ricordare. Vedrete il Toro vero. Non quello in campo. Quello sugli spalti. E qualunque cosa succeda, qualunque sia il risultato, una cosa dovrà essere chiara a tutti: noi siamo ancora qui. A casa nostra. Con il Toro nel cuore. E non ce ne andremo mai

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