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Belotti, Insigne e il valore della maglia

Belotti, Insigne e il valore della maglia

Torna Loquor, la rubrica a cura di Carmelo Pennisi: "La mia non è una condanna a Belotti o ad Insigne, ma solo un voler ricordare in prima istanza a me stesso come Gigi Riva in fondo sia stata un’eccezione e non una regola"

Carmelo Pennisi

“Il valore della maglia della

Juventus è di 110 milioni”.

Calcio&Finanza

William Shakespeare ha scritto come il problema non sia mai la mancanza di ambizione, ma piuttosto l’assenza della necessaria crudeltà ad accompagnarla, visto come per far vivere e soddisfare un’ambizione si abbia bisogno di qualcosa di “vecchio” da uccidere per far posto al “nuovo”. Concessionarie di automobili e sfasciacarrozze vivono esattamente nello stesso centro del mondo, promettono cose diverse ma si nutrono degli stessi ideali. I “fine contratto” del calcio sono malinconia feroce e promessa di nuovi miraggi di futuri migliori accessibili, e sono presto diventati materia di un contendere esistenziale tra tifosi nostalgici del valore della “Maglia” e i fan di Rossella O’Hara di “Via Col Vento” convinti come il domani sia comunque “un altro giorno”.

Esiste una legge dell’Universo, alquanto misteriosa, che spinge perpetuamente a mandare qualcosa di nuovo, una forza misteriosa concentrata ad evolvere le cose in un “nuovo” carburante vitale di ogni salto in avanti necessario a rendere interessante e vibrante l’esistenza. Ma il calcio, curiosamente, da sempre si oppone tenacemente ad ogni teoria di novità, dato come lo sport più seguito al mondo si nutra alla in modo onnivoro di un passato a giustificare l’amore per il presente. Visceralmente immersi nell’empatia con i loro giocatori simbolo, i tifosi mal sopportano la separazione da essi e in cuor loro, se potessero, manderebbero immediatamente in soffitta la “Legge Bosman” responsabile di aver permesso al campione di compiere l’apostasia dal suo naturale ruolo di simbolo. Nell’Era dei rapporti economici elevati ad unico “comune denominatore” esistenziale, fa quasi tenerezza continuare a parlare del peso e del colore di una “Maglia” ormai diventati totalmente irrilevanti di fronte alle innumerevoli “scelte di vita” e “nuove sfide” entrate di diritto nell’agenda delle perifrasi più usate da calciatori e procuratori. Lorenzo Insigne si appresta a lasciare Napoli per Toronto, che ha appena salutato attraverso un messaggio sorridente di 16 secondi dove ha trovato il tempo persino di sciorinare una frase in inglese (“All for one”, tutti per uno, dimenticando di aggiungere l’uno per tutti dei mitici “Moschettieri” del Re di Francia. Ma forse questa aggiunta sarebbe stata un po’ ipocrita), e subito si è scatenato un dibattito dove alla fine ogni colpa è finita sulle spalle dei perfidi procuratori, insensibili persino al tradimento del luogo di nascita.

In Italia siamo da sempre allevati alla cultura del capro espiatorio, forse perché la cultura cattolica ci ha consentito di equivocare molto sul fatto come un Uomo sulla Croce possa non solo emendarci dai peccati, ma anche renderci irresponsabili su molte nostre scelte, giuste o sbagliate che siano. Se Andrea Belotti sta decidendo di lasciare il Torino, a cui i tifosi sognavano giurasse amore eterno, la colpa non è solo di qualche procuratore maligno dedito a moltiplicare pecunia, ma forse anche di qualche suo ragionamento autonomo dove soldi e ambizioni non saranno state delle particelle elementari indifferenti. Non bisogna essere degli acuti discepoli di “Eolo”, per comprendere come il vento venga raccolto e racchiuso in vele pronte a salpare soprattutto verso approdi ben determinati, voluti e conosciuti. Esercitando un mestiere(quello del cinema e del teatro) dove gli agenti giocano un ruolo importante, conosco fin troppo bene le dinamiche regolatrici di un mercato delle prestazioni d’opera legate al talento, e so come gli agenti, di cui ammetto di non avere una grande opinione, a volte si carichino sulle spalle il peso negativo di decisioni in realtà prese dai loro assistiti. Essi, gli agenti, esistono anche per salvaguardare l’empatia tra i portatori di talento e i loro estimatori, e hanno la pelle dura a sufficienza per fregarsene della scarsa stima ricevuta dalla pubblica opinione.

Gli agenti e i procuratori lavorano per i soldi e non ne fanno alcun mistero, e a costo di apparire un po’ cinico ritengo come probabilmente loro siano fra i meno ipocriti a circolare nel mondo terracqueo. Non mi sto spingendo verso una loro difesa(ho già detto di non averne una grande opinione), ma vorrei solo cercare di valutare la fine del calcio romantico della “Maglia” cambiando per un attimo il punto di vista, specie in una nazione  capace in tutta fretta di dimenticare come il Fascismo fu una dittatura del consenso e non l’avventura di un uomo solo. Appendere a testa in giù Mino Raiola in ogni tipo di “Piazzale Loreto” capace di essere partorita dalla nostra immaginazione, non riuscirà a rimuovere l’oggettività di una firma in fondo ad un contratto di quasi 60 milioni di euro posta da una persona di 31 anni. Shakespeare ha ragione, bisogna avere una certa dose di crudeltà per farlo, una determinazione che nessun procuratore o agente può donare. Siamo giustamente artefici del nostro destino, e come direbbe il Dalai Lama “è in gioco la nostra responsabilità e quella di nessun altro”. La retorica, come insegna Socrate, certamente persuade e ci fa credere, ma non può insegnare nulla intorno al giusto e all’ingiusto, ecco perché se Andrea Belotti vuole cambiare squadra dirottiamo la nostra rabbia e la nostra delusione verso il suo procuratore o verso Urbano Cairo. Sono tutti colpevoli tranne, stranamente, colui in possesso dell’unica cosa a decidere veramente un destino: la sua firma.

La mia non è una condanna a Belotti o ad Insigne (come potrei condannarli?) e nemmeno un’assoluzione ai Cairo e ai procuratori di turno, ma solo un voler ricordare in prima istanza a me stesso come  Gigi Riva in fondo sia stata un’eccezione e non una regola. “Rombo di Tuono” ha colto l’Uomo posto sulla Croce come una possibilità non come una responsabilità, comprendendo come quest’ultima questione fosse da ascrivere solo a sé stesso e alla sua coscienza. Il calcio è una tale grande bellezza(e persino “nostalgia del Paradiso perduto”, secondo Benedetto XVI) da avere bisogno della ragione per essere amato e ammirato nella sua vastità, e forse non sempre i tifosi e i calciatori ne sono dotati di una quantità sufficiente per ricondurlo alla gerarchia delle sue fonti primarie, da tempo abolite da ogni tipo di nostro orizzonte. Solo i folli o i retori sarebbero capaci di sostenere come i soldi non siano importanti(indubbiamente importanti lo sono), ma  quanti milioni si deve arrivare a possederne per farli passare per un attimo in secondo piano? Domanda a cui non si può rispondere se non in ordine soggettivo, perché l’oggettività in questo campo si fa davvero fatica a rilevarla, come l’Ordine dei Commercialisti potrebbe insegnare. E allora si rimane ognuno con i nostri dubbi, rammarichi e sguardi rivolti verso il passato, dove l’assenza della “Legge Bosman” ci fa sembrare tutto come il mondo idilliaco dell’Arcadia perduta nella mitologia del calcio. Ma non ci si disperi, visto come il caso di Kylian Mbappe in procinto di lasciare il Paris Saint Germain per approdare al Real Madrid, dimostra in maniera plastica come anche i ricchi arabi possano piangere.

La Sodoma e Gomorra del “fine contratto” non risparmia nessuno, è l’urlo nel deserto del mondo post moderno dove il talento smobilita il concetto di proprietà e si libera dai mezzi di produzione, riappropriandosi di parte del plus valore di marxiana memoria. Vista così sembrerebbe quasi una buona notizia, ma ci lascerebbe senza nessun colpevole da inchiodare su una croce: temo sia impossibile da accettare. Personalmente ho deciso di accontentarmi delle undici maglie granata in procinto di scendere in campo contro la Sampdoria, perché quelle sono e saranno sempre la mia unica certezza, ma confesso di non avere paura dell’incertezza. Qualcuno ha detto come sia “necessaria l’infelicità per capire la gioia, il dubbio per capire la verità, la morte per comprendere la vita. Perciò affronta e abbraccia la tristezza quando viene”. Direi come Lorenzo Insigne e Andrea Belotti possano andare in pace dove meglio credano, perché il calcio è la gioia che verrà dopo ogni tristezza. Fidatevi.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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