Loquor / Forse non ci credeva più nessuno nel mondo collegato con Atlanta

“Maradona non aveva sportività”

Peter Shilton

Il calcio ricovera sogni, li cura e poi li rimette in piedi per continuare a correre verso un destino difficile da decifrare. Ma comunque un destino da vivere.

Lionel Scaloni nell’intervista del dopo Argentina Inghilterra ha indicato subito con la mano la marea albiceleste presente sulle gradinate del “Mercedes-Benz Stadium” e ha onorato tutto quell’amore: “questa gente oggi ci ha fatto vincere questa partita”. Difficile dare torto al Ct dell’Argentina, che a venti minuti dalla fine aveva davanti a sé lo spettro dell’eliminazione dal mondiale della sua squadra. Forse non ci credeva più nessuno nel mondo collegato con Atlanta, ma i tifosi con indosso la maglia albiceleste griffata rigorosamente Messi, in quel momento hanno cominciato a sostenere con tutto il cuore e l’anima in corpo la loro squadra, per impedire che quella con l’Inghilterra non fosse un destino da “fracaso”.

“Vincere questa partita era più importante che vincere la Coppa del Mondo”, racconta un Lautaro Martinez(uno che ha giurato fedeltà all’Inter, mantenendo il giuramento nonostante numerose sirene lo chiamassero per invitarlo ad andare via dalla sua Itaca. Una perla rara) in lacrime per aver messo dentro il gol della vittoria che “sognavo da quando mio nonno mi aveva regalato i primi scarpini da calcio”.

Il popolo, a casa, non ha dimenticato le sue Malvinas: come mai potrebbe? Il dolore risulta il veicolo della tristezza, e diventa indignazione quando gli agenti chiamati a far rispettare l’ordine nella partita considerata la più pericolosa del mondiale riguardo le tifoserie, sequestrano all’ingresso dello stadio, su ordine della Fifa, le bandiere argentine con su scritto “Malvinas”.

Gianni Infantino è un tale mercante dell’indifferenza a scopo di lucro, che proprio non riesce a capire che quell’arcipelago, distante 500 km dalla Patagonia argentina e 12780 km dalle bianche scogliere di Dover, non sono un atto politico situato in un dibattito tra chi ha torto e chi ha ragione, sono il promontorio ultimo dell’animo “gaucho”.

Solo chi non capisce nulla di mistero e di giustizia della Provvidenza, può aver pensato che la celebre “Mano di Dio” fosse quella di Diego Armando Maradona. Nessun argentino avrebbe mai osato pensare una blasfemia del genere. La mano del “Diez” fu strumento, a vederla con gli occhi di Buenos Aires e dintorni, di una riparazione a lenire un dolore immenso. Tutto andò come da un copione scritto da un altrove lontano, ma nello stesso tempo vicino, rispetto al campo di gioco.

Le battutine ciniche e assai stupide dette in uno studio Rai presidiato da una Paola Ferrari imbolsita nella sinderesi e di un Paulo Roberto Falcato invecchiato assai male, dimostrano ancora una volta l’assenza di pensiero vigile in questo tempo sgraziato.

Le Malvinas/Falkland sono il rimpianto dell’isola che c’è, rimorso ad avvinghiare ogni sentimento albiceleste fin da quando la ragione ti spiega, con l’ausilio del cuore, il posto in cui sei venuto al mondo. “La Seleccion” è il rintocco delle campane antiche del calcio, è “la garra” di chi vorrebbe far scomparire l’ingiustizia con un invenzione scaturita dalla grazia.

Però la vita è questione assai più complicata di tutto ciò che accade nella “cancha”, e gli inglesi non sono i cattivi del pensiero manicheo, capace di corrodere ogni verità in nome dell’appartenenza. Per loro le “Malvinas/Flakland” non sono un posto dell’anima dell’infante cresciuto nel barrio “Palermo” o della “Boca”, sono piuttosto un principio inderogabile. Sono stati capaci, nel nome di questo, di perdere un impero, anche se il tempo rende tutti smemorati e finanche ingrati.

Poi vai a Nettuno e ti capita di visitare il cimitero inglese dei caduti nel corso dello sbarco di Anzio. Davanti a quelle lunghe file interminabili di nomi e cognomi, è prendere atto di quanto fossero giovani nel momento in cui hanno lasciato questo mondo a colpirti. Allora fai scendere il silenzio dentro di te, e li ringrazi senza perderti in nessun altro inutile ragionamento o revanscismo incolore.

Gli inglesi, come gli argentini, avrebbero preferito vincere la semifinale mondiale e poi perdere con gli spagnoli in finale. E’ questione di terra, di sangue, di memoria, di orgoglio, di rivalsa; il calcio è campo concimato da tutte queste cose, che possono essere letame o valori dipende da come le si prendono in mano e le si utilizzano nel quotidiano.

Per gli inglesi quella mano sventagliata davanti ad un incredulo Peter Shilton, è un’onta irredimibile per il concetto quasi sacro che hanno della lealtà sportiva. L’ex portiere recordman assoluto di presenze nel roster dei “Tre Leoni”(125, ma presto Harry Kane lo agguanterà e lo supererà) a distanza di anni ancora fa fatica a dimenticare, e mescola cose vere a cose meno vere: “la rivalità risale al match mondiale del 1966, con la cacciata dell’impazzito centrocampista Rattin”.

Antonio “El Rata” Rattin, una vita da mediano nel Boca Juniors, che non è una squadra di calcio ma un moto culturale orgoglioso di stare al mondo con tanto o poco, perché tanto “La Bombonera” non trema di fronte a niente e nessuno, quel giorno a Wembley non era affatto impazzito, provò soltanto a chiedere il motivo per cui Rudolf Kreitlein, raffinato sarto bavarese con l’hobby dell’arbitraggio, stesse ammonendo solo i giocatori de “La Seleccion”: in fondo si stavano menando un po’ tutti.

C’è un evidente problema di idioma, qualche anno dopo Kreitlein dirà: “non capivo una parola di spagnolo, ma Rattin era eccessivamente stentoreo e con un piglio arrogante mi guardava dall’alto in basso. Pensava di intimorirmi, ed io gli dissi di andarsene fuori”.

“El Rata” non ci stava, e chiese con vigoria inusitata i motivi di quella espulsione: “perché? Mi devi spiegare il perché: ne ho il diritto”. Mostrare la fascia di capitano sortì nessun risultato, e da quel momento prese forma quello che gli argentini da sessant’anni chiamano “el robo del siglo”, il furto del secolo.

L’ingiustizia per un argentino è una ferita insopportabile, qualcosa su cui non puoi passare sopra dimenticandotene: per lui l’ingiustizia non è la fine di tutto, ma una chiamata alla lotta e alla rinascita. Il capitombolo fa male, però alimenta quella resistenza senza la quale nessun argentino potrebbe interpretare il mondo. Non si può capire nemmeno il Pontificato di Jorge Mario Bergoglio se non si parte da qui.

Ecco perché dal fischio di inizio della semifinale, l’Albiceleste l’ha messa sul piano della battaglia, esattamente su quel crinale dove l’unica regola certa è quella di non esserci regole. L’arbitro statunitense Ismail Elfath ha lasciato fare e per tutto il primo tempo si è visto quel calcio antico, quello dove non c’è differenza tra pallone, pelo d’erba e gambe dei calciatori: ogni cosa è un contrasto indifferenziato e dolore in quasi tutti le parti del corpo.

Gli inglesi vorrebbero metterla in modo diverso, ma di loro non si potrà mai dire gli difetti il coraggio, quindi non si sono tirati indietro davanti ad un calcio molto vicino alle risse dei “Ragazzi della Via Pal” raccontati splendidamente da Ferenc Molnar. “Ti colpiranno e ti feriranno sempre, difenditi e attacca”, cantano i “New Order” in “World in Motion”, ed è quello che succede in tutta la partita, che non è stata né bella e nemmeno brutta, ma di una intensità da spaccare i cuori e creare ricordi.

Il resto è cronaca ormai nota in tutto il globo, i “bianchi” inglesi stanno per portarla a casa la finale, ma le sostituzioni negli ultimi venti minuti cambiano tutto, e quelle di Thomas Tuchel sono decisamente a trazione posteriore e abbassano vertiginosamente il baricentro dei “Tre Leoni”: un suicidio tattico come non si vedeva da tempo. Il campo si restringe in 30/40 metri, e nei fazzoletti di terra di solito gli argentini ci sguazzano che è un piacere, quindi il risultato si ribalta e a New York domenica sarà Argentina Spagna.

Nell’Isola in queste ore la stampa parla di vigliaccheria pura messa in campo da Tuchel, e la vendetta sul maltolto del 1986 è rinviato a data da destinarsi. Quella supposta “mano di Dio” gli inglesi non la vedranno mai come una giustizia compiuta, eppure se leggessero Bertolt Brecht forse capirebbero l’ansia innervata nella storia di trovare un giudice da qualche parte e in qualche modo.

La giustizia è strana, infatti fu Steve Hodge ad alzare il pallone, “svirgolandolo”, verso la mano che avrebbe reso letterario un semplice gol. L’ex centrocampista è nato a Nottingham, luogo noto per la figura di Robin Hood, ovvero il principe dei ladri incline a rubare per portare ristoro a chi di tutto è stato depredato. Quanto può essere ironica e misteriosa l’esistenza.

Alla fine, che non sarà mai la fine ma solo un arrivederci alla prossima, Messi e compagni hanno avuto, chissà in quale modo, uno striscione con su scritto “le Malvinas sono argentine”, e lo hanno srotolato sul campo mentre la tifoseria inglese mestamente lasciava lo stadio.

Il calcio non può cancellare il dolore, al massimo lo può lenire, e in patria, di fronte a quello striscione tenuto in mano dai campioni del mondo in carica, tutti saranno andati con la mente e con il cuore agli oltre trecento marinai di leva morti nell’affondamento della “General Belgrano”. Un arcipelago non vale tanto, niente dovrebbe valere tanto. Argentina Inghilterra non sarà mai una partita di calcio, ma piuttosto un declinare una poesia tragica che ogni tanto può regalare felicità. Stavolta questa è toccata agli argentini.


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CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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