Loquor / I numeri non possono e non devono mai essere lasciati da soli a spiegare il mondo
Le calciatrici del Benfica omaggiano il Grande Torino: il video postato sui social
“Non passione ci vuole, ma compassione” Fedor Dostoevskij
Mi è sempre piaciuto perdermi nella cultura ebraica, nella saggezza complicata del “Talmud” dove trovi economia, sociologia e il significato autentico del benedire contrapposto ad ogni tentazione di maledire qualcuno o qualcosa.
L’ebraismo è un continuo bing bang dedito a partorire sempre qualcosa, ed è tenace nel cercare il duello dialettico per non cedere alla stanchezza verso il mondo ogni volta scoperto incomprensibile. L’ebraismo è matematica e poesia, come se volesse convincerti che il mondo non può essere solo una serie di somme algebriche. I numeri non possono e non devono mai essere lasciati da soli a spiegare il mondo. Ho anche passato gran parte della mia vita a difendere Israele, riscatto di una diaspora piena di dolori indicibili e del desiderio di poter dire un giorno “questa è casa mia”. Ho sfidato assemblee studentesche particolarmente infuocate, rischiando la mia incolumità fisica preservata a volte dal provvidenziale intervento delle forse dell’ordine, per provare a porre l’attenzione sulle ragioni esistenziali di Israele.
Sono un europeo consapevole di quanto sia considerevole il debito di riconoscenza che la mia cultura deve al giudaismo. Provo amore autentico e ammirazione per gli ebrei, ecco perché quanto sto per dire mi provoca un dolore così profondo che difficilmente riuscirò mai a spiegare: finché non ci sarà un reale processo di accertamento di responsabilità e di ravvedimento su quanto è accaduto a Gaza a partire dal dopo 7 ottobre del 2023, a Israele dovrebbe essere vietata la partecipazione a qualsiasi competizione sportiva europea.
È surreale condividere con lei una festa sportiva mentre a Gaza è successo, e sta continuando a succedere, l’abominio. Non puoi gareggiare con chi ha dimenticato l’esistenza della compassione e il valore del sapersi fermare nel momento in cui il troppo sta diventando veramente troppo: “umana cosa è aver compassione degli afflitti”, scrive Giovanni Boccaccio. Secondo Arthur Schopenhauer “la compassione è la base della moralità”, è quel qualcosa capace di farci riconoscere quando stiamo per varcare la soglia della crudeltà, e quindi scuotere la nostra coscienza per porvi un freno e un riparo. Quanto è possibile capire il dolore di un altro? L’Uefa ha deciso di non porsi molte domande, e allora ecco spedire l’Irlanda a giocare due partite senza senso, rigorosamente a porte chiuse, contro Israele in Ungheria e Serbia nell’ambito del calendario dell’Uefa Nations League. Difficile capire per cosa si gioca se ambedue le partite si svolgono in campo neutro e senza pubblico, e con la tv a fare da involontaria ironia compassata nel mandare in onda un evento per testimoniare quanto ancora esista l’evento. Siamo alla terapia intensiva del calcio.
In Irlanda non si può giocare per evidenti problemi di ordine pubblico, considerato come la gente abbia chiesto più volte al suo Governo,in diverse occasioni pubbliche e attraverso petizioni, di non far giocare la nazionale di calcio contro gli israeliani. “Show Israel the red card”(mostriamo a Israele il cartellino rosso), è l’invito comparso su uno striscione sulle gradinate dell’Aviva Stadium di Dublino nel corso di un match tra Irlanda e Ungheria nel settembre del 2025. Lo slogan è stato coniato dai tifosi del Celtic di Glasgow e si è rapidamente diffuso tra moltissime tifoserie in Europa e nel mondo, ed è il sintomo chiaro di una opinione pubblica non disponibile a passare sopra all’orrore, perché non esiste un obiettivo da raggiungere malgrado tutto.
La vigilia del doppio confronto con Israele è stata animata dalle dichiarazioni di Heimir Hallgrimsson, Ct dell’Irlanda, che ha fatto presente il suo disagio e quello dei suoi giocatori nel dover essere costretti a giocare una partita del genere: “non giochiamo con il genocidio- ha detto Hallgrimsson -, giochiamo contro il genocidio. Giochiamo contro Israele, non con Israele”. La reazione della Federcalcio israeliana è stata durissima, arrivando a definire Hallgrimsson una persona che incarna “l’ignoranza, l’ipocrisia e la stupidità”.
Avviene sempre un momento in cui la politica non riesce a trattenersi dall’intervenire,ed ecco quindi intervenire nella rissa verbale il Primo Ministro irlandese Micheal Martin: “credo che queste affermazioni(quelle della Federcalcio israeliana)siano inaccettabili e debbano essere ritirate –ha detto Martin poco prima dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite-. Israele non può continuare a negare ciò che il mondo sa e comprende”. Queste sono solo le ultime schermaglie portate avanti dall’Irlanda calcistica contro Israele. Qualche mese fa, nel novembre del 2025, la Federazione calcistica irlandese(FAI) ha approvato una risoluzione per presentare una mozione formale all’Uefa, sollecitandola a escludere Israele dalle competizioni europee per club e dalle competizioni internazionali. Le argomentazioni della “FAI” si appoggiano alla violazione da parte di Israele degli statuti della Fifa(art 73) e dell’Uefa(art 5) e “l’incapacità della Federazione calcistica internazionale di attuare e far rispettare un’efficace politica antirazzista, in violazione degli statuti della Uefa(art 7bis)”. La Federazione irlandese non è da sola, essendo stata preceduta nell’iniziativa da quella norvegese e da quella turca. Fonti autorevoli raccontano che quasi tutte le Federazioni appartenenti all’Uefa sarebbero pronte a votare la mozione irlandese. Ma ci sono forti pressioni contrari a questo tipo di provvedimento, a partire dal parere del Paese guida dell’occidente, ovvero gli Stati Uniti. Allora tutto si è messo in fase di stallo. Illuminante, per chiarezza, è stato un passaggio di una intervista al presidente Uefa Aleksander Ceferin: “per la situazione con la Russia e l’Ucraina c’è stata una pressione politica fortissima. Adesso(con Israele)la pressione viene più dalla società civile che dalla politica”.
C’è un’altra questione da tener presente, oltre alle migliaia di vittime procurate, dell’invasione israeliana a Gaza, e si tratta della distruzione dello sport palestinese. Sono 774 le morti accertate di atleti palestinesi e diversi stadi convertiti in campi di prigionia. Inoltre a Gaza non rimane quasi più traccia di infrastrutture sportive. Le motivazioni giuridiche da lana caprina e non, si inseguono nel dibattito internazionale su cosa fare con Israele nello sport, ma poi tutto va inevitabilmente a sbattere, come detto, contro il parere filo israeliano degli Stati Uniti.
C’è però una domanda inevitabile a questo punto a farsi: perché l’Irlanda, nonostante tutti questi suoi passi sportivi e politici, ha deciso comunque di scendere in campo contro Israele? Se ritieni di non poter giocare nemmeno dentro le mura della tua casa per motivi di sicurezza, cosa ti impedisce di essere conseguente con tutto ciò? L’Uefa disponibile a spostare l’incontro di Dublino a Debrecen, è la dimostrazione che Israele ha portato la sua guerra in Europa. È accettabile? Ognuno trovi la sua risposta. “In quel momento capii che non sapevo nulla della vita dei palestinesi. E decisi che dovevo comprendere”, David Grossman è uno di quei scrittori, uno dei più grandi della storia letteraria israeliana e mondiale, che leggendolo può cambiarti la vita: un cuore e un’anima stravolti dalla perdita di un figlio,Uri, ucciso a vent’anni da un razzo anticarro sparato da miliziani di “Hezbollah”. Eppure non ha perso la voglia di interrogarsi sulla forza della parola,di vedere le cose collegate ad un filo di speranza. “Il Vento Giallo”, letto appena uscito nel 1988, su alcune cose mi ha cambiato la vita. I grandi libri fanno questo. “Tutto è cominciato una mattina del 1987 –racconta lo scrittore israeliano a proposito de “Il Vento Giallo”-. Salii su un autobus vicino a casa mia a Gerusalemme, e andai al campo profughi di Dheisheh. Arrivato, gli abitanti mi circondarono: “Chi sei? Cosa vuoi?”. Risposi che ero un israeliano, ero lì per conoscere le loro storie e scriverle. I bambini non avevano mai visto un israeliano che non fosse in divisa, disarmato. Erano comprensibilmente diffidenti. Si fece avanti un’anziana. Fendendo la cerchia, mi prese per mano e mi porto a casa sua”. Di fronte a questa descrizione la mia mente si è ammutolita, come se pensare potesse in qualche modo sporcare un quadro fatto di dolore e di grazia. “Non credo che Israele avesse l’intento di perpetrare un genocidio- ha detto Grossman in una intervista rilasciata qualche settimana fa, a proposito dei fatti di Gaza- . Al tempo stesso, se vengo a sapere della morte di diciannovemila bambini palestinesi, smetto subito di interrogarmi sulla formula giuridica o sul rigore del termine. Siamo davanti ad un’atrocità assoluta. E questo è quanto. Parlo da essere umano che non riesce più a tollerare lo strazio”. Poi ha chiosato: “è la natura della nostra reazione che dovrebbe farci interrogare”. Mentre ci si interroga su una atrocità assoluta non si può pretendere di giocare a calcio, e che gli altri giochino con te. Proprio non si può. Lo dico con dolore profondo, ma devo dirlo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA