In esclusiva le parole dell’ex tecnico granata, a 25 anni dalla festa promozione del 2001. Sul piatto anche il tema allenatore: “Per entrambi sarebbe un bel salto”
Sono trascorsi 25 anni, un quarto di secolo, da una giornata che riporta alla mente puro entusiasmo. Sono immagini di gioia e soddisfazione quelle che emergono dal pomeriggio del 3 giugno 2001, quando il Toro festeggiava al Delle Alpi, davanti al proprio pubblico, la promozione in Serie A ottenuta la settimana precedente a Pescara. L’avversario era il Cosenza e quel giorno la festa fu alimentata dalle reti di Maspero e Peralta, prima dell’invasione di campo. Il più acclamato? Giancarlo Camolese, che, subentrato a Gigi Simoni, si rese protagonista di una cavalcata inarrestabile, fatta di 20 vittorie in 30 partite. Ancora oggi quel ricordo rievoca grande soddisfazione e, soprattutto, “la grande felicità per aver ottenuto un risultato importante, per aver riportato il Torino dove doveva stare e per quello che era stato fatto da un gruppo molto numeroso di ragazzi che si era comportato benissimo”.
Mister, la scelta della sua nomina in quella stagione 2000-2001 fu davvero molto coraggiosa. Prese il Toro in quartultima posizione, ma arrivava dalla Primavera.
“Io ero lì già da diverso tempo, conoscevo l’ambiente e i giocatori. È stato coraggioso il presidente Cimminelli a dare all’allenatore della Primavera un’opportunità importantissima in una situazione molto delicata. In realtà sapevo bene quali fossero i problemi del campionato, che conoscevo avendolo vinto da giocatore. Non è che la Serie B sia cambiata: ha sempre le stesse caratteristiche e una di queste è che c’è sempre una squadra che parte per vincere il campionato e che poi può trovarsi in difficoltà. In quel periodo la squadra più in difficoltà era il Toro”.
Dalle fotografie e dai video si può parlare di una giornata davvero indimenticabile. Oggi è impossibile rivedere la gente assistere alla partita attorno al campo.
“Immagini veramente d’altri tempi, queste invasioni di campo pacifiche. Noi il campionato lo avevamo già vinto una settimana prima, a Pescara, e quindi le ultime due partite erano una passerella. La prima era in casa con il Cosenza e c’era ovviamente la festa. A un certo punto ci siamo ritrovati con tutti i tifosi a bordo campo ed è stato un bel momento, proprio perché festeggiavano un ritorno in Serie A, che è la categoria dove deve stare il Toro”.
C’è una bellissima foto che la ritrae portato in spalla dai suoi giocatori durante la festa.
“Quell’anno, al di là delle difficoltà, è stato tutto molto positivo. I ragazzi erano numerosi, ma ognuno ha saputo farsi trovare pronto quando è stato chiamato in causa e mettere l’interesse del gruppo davanti a quello personale, in un periodo in cui soltanto quattro andavano in panchina. Non era una situazione facile, ma tutti si sono dimostrati consapevoli del momento e, alla fine, devo dire che tutti hanno dato il loro contributo, perché in un campionato lungo come quello di Serie B hai sempre bisogno di forze fresche. Alla fine dell’annata tutti hanno giocato e hanno avuto le loro soddisfazioni”.
Al gol di Maspero tutta la squadra venne ad abbracciarla, segno di un gruppo che era dalla sua parte. Eppure, nonostante quella festa, la sua panchina era in bilico.
“Lì c’era stato un episodio che aveva scatenato un po’ di situazioni diverse. Io però ero sicuro di aver fatto il mio dovere e questo, comunque, mi sarebbe bastato: avevo raggiunto l’obiettivo e avevo la stima di tutti, soprattutto dei giocatori. Poi, come sempre succede, si ragiona, si parla e la società prese la decisione che tutti si aspettavano, cioè che io rimanessi anche in Serie A. Ero anche molto giovane e forse oggi alcune situazioni le gestirei in modo diverso. Sono convinto che il mio comportamento fosse quello giusto e questo è ciò che mi ha contraddistinto. Sono stato corretto e leale con i miei giocatori e con i dirigenti, con un unico obiettivo: l’interesse della squadra”.
Lei tornò poi al Toro nel 2009, senza riuscire a evitare la retrocessione. In quella squadra c’era un giovane Ignazio Abate. Che ragazzo era? E oggi cosa pensa del suo percorso da allenatore, visto che potrebbe finire sulla panchina del Toro?
“Quando subentrai nel 2009 mancavano dieci partite alla fine e c’era una situazione esplosiva, un brutto calendario e, soprattutto, ad aprile si può incidere fino a un certo punto su una squadra. Nonostante questo, ho fatto 11 punti in 10 partite: una media da salvezza tranquilla. Il problema è che forse sono stato chiamato un po’ troppo tardi. Naturalmente mi è dispiaciuto tantissimo, perché con un pizzico di fortuna in più anche lì si poteva ancora prendere la salvezza per i capelli. Non ce l’abbiamo fatta, però i ragazzi che avevo a disposizione ci hanno provato. Tra questi c’era anche Abate, che era molto giovane, alle primissime esperienze. Lo ricordo come un ragazzo serio, che sapeva stare all’interno del gruppo. Poi ho avuto modo di conoscerlo anche da allenatore, per le sue esperienze nel Milan, per quello che ha fatto poi in Serie C e quest’anno. Credo che sia sicuramente un allenatore con idee chiare e molto promettente”.
È pronto per il Toro?
“Il suo vantaggio è che l’ambiente lo conosce già. Probabilmente si augura di trovare un ambiente migliore, perché quell’annata fu difficile. Però il Toro offre grandi stimoli e grandi potenzialità. Quando si riceve una proposta da una squadra come il Toro, tutti ci pensano per il suo grande fascino, per chi ha indossato questa maglia e per chi l’ha allenata”.
Il competitor più accreditato di Abate è Aquilani.
“Rientra comunque in un discorso che probabilmente la società vuole portare avanti, cioè quello di prendere un allenatore giovane che possa portare le sue idee e il suo entusiasmo, facendo comunque un salto importante. Anche Aquilani si porta dietro una storia da giocatore vissuta in piazze importanti e questo sicuramente può aiutarlo. Per entrambi sarebbe un bel salto, ma quando si allena la speranza è sempre quella di arrivare in piazze che offrano grandi stimoli. Credo che per tutti e due potrebbe essere una grande esperienza”.
Si rivede un po’ nel percorso di questi giovani allenatori ora accostati a una realtà più grande?
“Come era successo a me, entrambi sono partiti dal settore giovanile e credo che questo sia molto importante, perché la base che ti dà il settore giovanile come allenatore te la ritrovi e ti può essere utile in differenti situazioni. Poi tutti e due hanno fatto le loro esperienze, perché non è facile allenare a Catanzaro o a Castellammare di Stabia. Si sono già cimentati con tutti gli aspetti del ruolo dell’allenatore. Se la società dovesse prendere questa strada, potrebbe essere uno stimolo importante per la loro crescita”.
Invece, cosa pensa del percorso di D’Aversa al Toro? Come lei, anche lui ha preso la squadra in una situazione difficile e quantomeno l’ha normalizzata. Poteva essere preso più in considerazione dalla società?
“È sempre difficile capire perché una società decida di cambiare o di continuare. Lui sicuramente ha fatto bene, ha fatto quello che gli è stato chiesto e questo rimane nel suo curriculum. Ha normalizzato una situazione, ha fatto i punti necessari per arrivare a una salvezza tranquilla e ha anche messo qualche bella chicca: ha ottenuto bei risultati nel derby e con l’Inter. La sua parte l’ha sicuramente fatta, poi si prendono atto delle decisioni, come ne prenderà atto anche D’Aversa”.
Non si vuole sbilanciare dicendo chi preferisce come allenatore del Torino?
“Io non ho preferenze. Ho sempre detto che, negli ultimi anni, l’ultimo problema che ha avuto il Toro è stato quello dell’allenatore. A mio parere sono sempre arrivati allenatori bravi e preparati, ai quali è mancato qualche miglioramento della rosa che avrebbe potuto far fare un salto di qualità”.
A proposito, potrebbe essere il ritorno di Ventura nelle vesti dirigenziali un collante interessante tra società e allenatore?
“Ventura ha sicuramente grande esperienza, conosce l’ambiente e ha un buon rapporto con la proprietà, che poi è ciò che conta. Bisogna capire però quali sarebbero i suoi compiti, per evitare intromissioni nei ruoli”.
C’è il vantaggio che conosce sia Cairo sia Petrachi. Tra l’altro, che ne pensa della volontà del ds di costruire un Toro più italiano per creare un maggiore senso di appartenenza?
“Anche a me piace l’idea di avere una spina dorsale importante composta da giocatori magari cresciuti nel vivaio del Toro. Ce n’è qualcuno in giro che ha fatto bene e che potrebbe rientrare, dando il proprio contributo e crescendo con il gruppo. Bisogna trovare quelli giusti, perché non è una questione di nazionalità, ma di capire quali siano gli obiettivi, di conoscere la storia della società e di adattarsi bene alle idee dell’allenatore”.
La società può fare qualcosa in più per trasmettere questo senso di appartenenza?
“Bisogna vedere se lo ritiene un valore. Se sì, allora si può fare qualcosa in più. Ma soltanto chi è dentro la società può spiegarlo”.
Ha mai avuto la possibilità di tornare al Toro, magari in un’altra veste rispetto a quella di tecnico della prima squadra? Sarebbe disponibile in futuro a dare una mano alla società?
“Io faccio anche altre cose, però ho sempre detto che il Toro fa parte della mia vita per tante ragioni. Sono discorsi difficili da affrontare, perché anche qui bisogna sempre capire quali siano le funzioni che ti vengono richieste. Credo che il Toro sia sempre una grande opportunità per tutti i professionisti: non penso che ci sia qualcuno che non la prenderebbe in considerazione o che non ci rifletterebbe sopra. Molti anni fa avevo chiesto, visto che vivo a Torino e intrattengo rapporti con l’università, all’allora responsabile del settore giovanile di affidarmi una squadra dell’attività di base. La risposta fu negativa, perché avrei creato più problemi che vantaggi. Questo significa che, quando le società fanno delle scelte, non è soltanto una questione legata al merito o agli aspetti tecnici, ma anche ad altri fattori. Il problema era che avrei potuto dare fastidio all’eventuale allenatore della prima squadra e che, nel mondo del calcio, non si concepiva che uno che aveva allenato in Serie A volesse allenare i giovanissimi. Tutte cose che il sistema capiva poco e che invece, secondo me, avrebbero rappresentato un’ottima scelta. Ma nessun problema, io faccio la mia strada”.
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