Il racconto di Sandro, della dinastia Mazzola e di un filo che porta il Grande Torino fino ai giorni nostri. In esclusiva a Toro News le parole di Gianfelice Facchetti

Sandro Mazzola

Mazzola e quel retroscena sulla Juve: "Rifiutai l'offerta pensando a mio padre, lui..."

“Sandro ha rappresentato una dinastia del calcio, quella dei Mazzola, che tiene insieme una fetta di storia di questo sport nel nostro paese. Ma non solo...”. Il racconto di un'icona nel mondo dello sport, simbolo di virtù, onestà, semplicità. Sandro Mazzola, il naturale prosieguo del padre: quello che avrebbe potuto essere, in un'altra città, in un altro periodo storico. Il racconto di due leggende. E al tempo stesso di un paese che cambia e insieme ai Mazzola cresce. In esclusiva a Toro News, Gianfelice Facchetti, figlio di Giacinto, ricorda Sandro Mazzola.

Gianfelice, quanto l’ha toccata la scomparsa di Sandro Mazzola? “Tanto, come per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di avere a che fare con Sandro Mazzola. Io l’ho avuta per una serie di ragioni, a partire dal legame con mio padre, con la Grande Inter, poi ho avuto la fortuna in questi 20 anni dall'assenza di mio padre di passarci più di un momento così a chiacchierare, a condividere ricordi. Ho avuto anche la fortuna di farlo attraverso il filtro della storia del Grande Torino, perché prima abbiamo fatto il podcast per la RAI, e lo intervistammo, poi abbiamo fatto lo spettacolo che ancora portiamo in giro. Abbiamo avuto la possibilità di mostrarglielo dal vivo in teatro a Milano e quindi ci sono stati tanti momenti di condivisione. Quando l'Inter ha vinto lo scudetto della seconda stella ci siamo trovati vicino a bordo campo con anche mio figlio; quindi, abbiamo vissuto tanti momenti da vicino in questi ultimi anni. Inevitabilmente non è soltanto un commiato da un calciatore, da una bandiera, da una leggenda, è anche il commiato da una dinastia del pallone che ha rappresentato e rappresenta un'idea di calcio. Quella che Mazzola si porta via è un'idea di calcio che in qualche modo già aveva incarnato Valentino. Non a caso, per il Toro e per l'Inter di Moratti, si è sdoganato l'aggettivo “Grande”; quindi, vuol dire che c'era qualcosa di prezioso in mezzo a quelle squadre e in quel momento storico in cui si sono affermate”.

Valentino e Sandro Mazzola

Lei che ha avuto modo di vivere Sandro in tanti ambiti diversi, che persona racconta? “Io credo che colpisca innanzitutto ciò che abbiamo potuto apprezzare tutti. Sappiamo della difficoltà di una vita segnata dalla tragedia nell'infanzia e innanzitutto di una persona che ha trasformato questo lutto in un punto di forza. Crescere all'ombra di un gigante come Valentino credo richiedesse un talento fuori dall'ordinario, non bastava essere bravi, era necessario essere più che bravi. Ed è quello che lui è riuscito a fare diventando se stesso, diventando un giocatore che subito ha parlato la lingua del pallone nella maniera migliore: segna al debutto con la Nazionale a San Siro contro Pelè, segna due gol a soli 22 anni in finale di Coppa dei Campioni davanti a Puskas e Di Stefano. Al di là poi delle vittorie c'è sempre un'impronta molto nitida dentro le sue conquiste. Sicuramente la carriera di un talento che non era scontato sbocciasse. Anzi, addirittura, come raccontava anche lui, quando era piccolo il predestinato sembrava più il fratello. Invece è riuscito a far ricredere tutti, a farsi stimare da tutti. Poi sempre portando nell'approccio al gioco del pallone una leggerezza, un'ironia apprezzabile. C'era la provocazione, tra virgolette, nei confronti di avversari, ma era sempre una cosa fatta in maniera educata e leggera, che non offendeva nessuno: era il gusto della sfida da parte di uno che aveva tutte le carte in regola per poter sfidare il mondo con la palla tra i piedi”.

Invece nella sfera privata che persona è stato? “Una persona molto modesta, molto umile. Non si sentiva sopra le righe, è sempre stato uno che veniva dalla strada: era cresciuto all'oratorio, in paese, era cresciuto in mezzo alla gente e quindi è sempre sembrato sintonizzato su quel tipo di atteggiamento. Mai divisivo, sempre disponibile nei confronti delle persone”.

Se pensa a Sandro Mazzola, quali aneddoti le vengono in mente nel suo vissuto? “Ce ne sono davvero tanti. Intanto uno sportivo, che però secondo me racconta un po' anche la leggerezza di Sandro. Quando l'Inter arrivò in semifinale di Coppa dei Campioni, nel ‘65 contro il Liverpool, la partita di andata finì con una sconfitta abbastanza pesante per i nerazzurri fuori casa per 3-1. Una sconfitta che venne accompagnata anche un po' dallo scherno dei tifosi inglesi che cantavano “Oh When the Saints Go Marching In” ai nerazzurri. E lui, comunque, simpatico, in virtù di quello che dicevo poco fa, insieme a tutta la squadra, perché poi ci credevano tutti in quella che oggi si ricorda come una delle partite più epiche che si siano mai disputate a San Siro, procurò il disco che diede alla persona addetta agli altoparlanti dello stadio con la canzone da far suonare alla fine della partita. La gara fu un trionfo: l'Inter vinse 3-0 con anche un gol di mio padre. E poi questa vendetta sportiva si consumò con la musica “Oh When the Saints Go Marching In” che suonava negli altoparlanti di San Siro. Quindi qui c'è l'ironia: non è una provocazione gratuita da sbruffone. Qui c'è la consapevolezza di potercela fare, una leggerezza che prende il proprio compimento nel momento in cui la parte sul campo è stata risolta. E poi un altro aneddoto risale al ’69, dopo la bomba di Piazza Fontana. Il campionato non viene fermato, ma la partita dell'Inter contro il Bari viene rinviata per nebbia. La squadra resta in ritiro, che mio padre con Sandro lasciano per andare in ospedale a trovare questo bambino di otto anni che aveva proprio Sandro come idolo. Questo bambino nello scoppio della bomba aveva perso una gamba. Ecco, questo spaccato, così come quell'altro, secondo me, sono indicativi di quello che era Sandro, del suo carattere. Lo riconosco dentro un'idea di calcio, ma anche di umanità molto semplice”.

Quanto crede che abbia influito la tragedia di Superga sul carattere di Sandro? “Sicuramente ha influito. Mio padre ha perso anche lui la mamma da giovane. Credo che le persone che hanno subito un lutto forte nei primi anni di vita spesso riescano a mettere in gioco qualcosa in più. Non è così per tutti, però la storia di Sandro è inevitabilmente un percorso umano che prende dei risvolti da quello che è accaduto lì. Da quando Benito Lorenzi si prende a cuore le sorti sue e di Ferruccio e li tiene vicino all'Inter, fa far loro le mascotte, cerca di aiutarli in qualche maniera, anche economicamente, li instrada nel settore giovanile… Sicuramente è una vicenda umana che non può non avere degli intrecci con quella cosa lì. Anche perché ha delle cose da raccontare: di quando scoprì questa cosa, intanto, e poi crescere con l’ombra di questo padre che purtroppo non c'era più e che era il giocatore più forte di tutti i tempi, per quello che ha rappresentato anche il Toro in quel momento”.

Quando parlavate di Grande Torino cosa emergeva? “Una grande emozione. I suoi ricordi erano quelli. Quando gli ho fatto vedere una foto, ricordo lui che si emozionava dicendo: "Questo sono io vestito da Toro". Ed era la foto che lo ritraeva mentre calciava a Bacigalupo. Erano i suoi primi ricordi. Credo che fossero due grandi amori intrecciati che stavano perfettamente insieme: quello per la squadra granata e quello per l'Inter, cioè quello che era stato il luogo per eccellenza della carriera del padre e quello in cui lui poi si è espresso”.

Cosa ha rappresentato Sandro Mazzola, per il calcio ma anche fuori? “Ha rappresentato una dinastia del calcio, quella dei Mazzola, che tiene insieme una fetta di storia di questo sport nel nostro paese. Ma non solo, perché da una parte con il padre il calcio torna nella ricostruzione come unico appiglio per un paese, per la gente, ed è il motivo per cui quella squadra è stata amata e tutt'ora è amata in quel modo. Dall’altra parte Sandro credo che porti dentro qualcosa di quel mondo, di quel vissuto, anche dentro la Grande Inter, che ovviamente vive la propria favola in un'altra città, in un momento storico diverso: è il boom, è un momento in cui tutto va velocissimo, cresce e anche l'Inter riesce a fare altrettanto. E lui è uno dei fiori all'occhiello di quella squadra. È il momento in cui il calcio diventa un fenomeno popolare, con la gente che scende in strada. Non era mai accaduto prima. Il calcio di Valentino getta le basi e regala qualcosa a cui aggrapparsi alle persone, una speranza, qualcosa di evasivo. Il calcio di Sandro porta avanti questo discorso, lo fa arrivare prima al vertice dell'Europa, poi al vertice del mondo, cosa che probabilmente sarebbe accaduta anche con suo padre se non ci fosse stata Superga”.

Quale deve essere il suo lascito? “Basta andare a vedersi i suoi gol, il modo di stare in campo. Era un giocatore abbastanza atipico, non aveva le stesse caratteristiche del padre per giocare nella stessa parte di campo, però dove poi si è messo e dove ha fatto probabilmente le cose migliori ha realizzato dei gol indimenticabili. Io credo che la sua eredità sia anche tecnica. In un calcio molto dogmatico, molto schematico, il suo modo di rompere gli schemi rispetto a come dovesse essere un atleta è sicuramente una fonte di ispirazione. Visto che inseguiamo il ritorno del dribbling ossessivamente in un calcio che si è spento da questo punto di vista, già se soltanto ci si ispirasse a Mazzola saremmo a posto”.

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