Il ricordo della Coppa Italia, le differenze tra il Toro di ieri e quello di oggi e una certezza sul futuro: in esclusiva su Toro News parla Sandro Cois

Trentatré anni dopo la conquista della quinta Coppa Italia del Torino, il ricordo di quella squadra resta ancora vivo tra i tifosi granata. Tra i protagonisti di quel successo c'era Sandro Cois, prodotto del vivaio del Toro che rimase sotto la Mole fino al 1994. Dalla finale di Coppa Uefa del '92 al trionfo in Coppa Italia dell'anno successivo, Cois ha attraversato una delle epoche più competitive della storia granata. Ai microfoni di Toro News ha raccontato le proprie emozioni riguardo al Torino di ieri e le proprie impressioni sul Torino di oggi.

Buongiorno, Sandro. Sono passati esattamente trentatré anni da quello storico 19 giugno, quando il Torino vinse a Roma la Coppa Italia nel '93: qual è la prima parola che le viene in mente se ripensa a quella finale? "Non può esserci una sola parola per descrivere tutto quanto. Se torno indietro, rivivo un insieme di sentimenti... è stata un'emozione grandissima. Ci furono tanti gol, da una parte e dall'altra, la finale di Roma non finiva mai... il recupero fu pazzesco, ricordo molto bene la gioia che provai al fischio finale, fu immensa, anche perché all'andata feci gol davanti ai miei tifosi e questo mi fece sentire ancora di più protagonista".

GettyImages-1094514

Com'era l'atmosfera dello stadio Delle Alpi? Cosa ne pensa della contestazione dei tifosi del Torino? "Il tifoso del Toro soffre sempre. Sa che soffrirà, anche perché la vittoria non arriva quasi mai, ma è entusiasta. Negli Anni Novanta la squadra era molto diversa da quella di oggi. Oltre alla vittoria della Coppa Italia, in quegli anni abbiamo avuto la fortuna di arrivare in finale di Coppa Uefa: il tifoso in quel periodo era contento, l'atmosfera del Delle Alpi era unica... oggi è diverso, questo chiaramente per via dei risultati. Il tifoso contesta perché si aspetta qualcosa di più. I tifosi meritano di più".

Nel 1993, il Torino arrivò nono in campionato, ma vinse la Coppa Italia. Che differenza ci fu tra le due competizioni? "Mi ricordo che in campionato, in quegli anni con Mondonico, abbiamo subito diversi infortuni. Le rose non erano come quelle di oggi, con trenta giocatori, eravamo solo una ventina includendo anche qualche giovane come me e "Bobo" Vieri. Ci fu un discorso di organico e di priorità. Tra squalifiche e infortuni, a volte eravamo in quindici o sedici, oggi è molto diverso. E in più, ai tempi solo le prime quattro squadre potevano qualificarsi per l'Europa, noi eravamo fuori dalla corsa e quindi abbiamo giocato tutte le nostre carte sulla Coppa Italia".

Oggi al Torino è tornato Petrachi e in panchina il prossimo anno siederà Ignazio Abate, che impressioni ha sulle scelte della nuova gestione? "A me piacciono molto le sfide, soprattutto quando coinvolgono allenatori giovani. Il Toro sta lavorando bene, mi aspetto che faccia meglio della stagione che è passata. Abate ha meritato una panchina di Serie A, è un bravissimo allenatore".

Adesso ci sono i Mondiali. Nel 1998 lei partecipò con l'Italia raggiungendo i quarti di finale. Com'era la nazionale italiana ieri? Che impressione ha di quella di oggi? "Per come ho vissuto io la Nazionale, in quegli anni c'erano tanti campioni: Baggio, Del Piero, Chiesa, Maldini, Totti... era impressionante giocare con loro. Per parlare dell'Italia di oggi, bisogna fare un discorso piuttosto ampio, ma è chiaro che l'ennesima mancata qualificazione al Mondiale abbia dato una scossa. Bisogna ripartire, e bisogna farlo puntando sui giovani. L'Under 17 ha vinto l'Europeo, sull'Under 21 è stato fatto un grandissimo lavoro e la Nazionale maggiore ha giocato un ottimo calcio con una squadra più giovane. La direzione è chiara: i ragazzi di talento ci sono, vanno valorizzati e per farlo ci vuole coraggio. In Serie A, per vari motivi, spesso si preferisce puntare su acquisti provenienti dall'estero, ma io investirei di più sui ragazzi formati in Italia. Anche il Toro ne ha diversi di prospettiva, però devono avere spazio e la possibilità di crescere in prima squadra. Bisogna avere coraggio, se no al prossimo Mondiale si sta a casa un'altra volta. Serve un cambio di filosofia, ma la strada è quella giusta: torneranno talento, risultati e giocatori forti".

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Tutti
Leggi altri commenti