Sono passati vent'anni da quando Cannavaro alzò la coppa al cielo. In quell'estate il Torino tornò in Serie A
Oristanio: scommessa o talento per il Torino? (VIDEO)
9 luglio 2006. Per milioni di italiani quella data ha il sapore dell'attesa, dei brividi e della gioia. Sono passati vent'anni da quando l'Italia salì sul tetto del mondo. Oggi, ci sentiamo tutti più vecchi.
Ognuno sa perfettamente dove si trovava e con chi stava guardando la finale dei Mondiali del 2006. C'è chi la seguì davanti alla televisione, chi in piazza, chi con gli amici o in famiglia. E tutti ricordano il fischio finale di Berlino, e l'immagine di Fabio Cannavaro che alza al cielo la Coppa del Mondo. Fu la Partita. Quella che fermò il Paese, che unì un popolo e che consegnò all'Italia il quarto titolo Mondiale della sua storia.
Un'estate italiana
Quella del 2006 era una Nazionale unica nel suo genere, diversa da quella di oggi sotto molti aspetti. Innanzitutto, perché quella Nazionale ai Mondiali non soltanto ci partecipava, ma riuscì anche a vincerne uno. E poi perché rappresentava un gruppo di campioni capaci di coniugare talento, sacrificio e personalità.
Contro la Francia di Zidane, Henry, Ribery e Abidal, Marcello Lippi schierò il suo ormai collaudato 4-4-1-1: Buffon in porta; Zambrotta, Cannavaro, Materazzi e Grosso in difesa; Camoranesi, Pirlo, Gattuso e Perrotta a centrocampo; in avanti, Totti alle spalle di Toni. In panchina sedevano uomini come Del Piero, De Rossi, Barzagli, Gilardino e l'ex granata Massimo Oddo.
Dall'altra parte c'era una delle nazionali più forti del panorama mondiale. E non era l'unica. Il Brasile campione in carica schierava fuoriclasse come Ronaldo, Ronaldinho, Kaká, Cafu e Roberto Carlos; la Germania poteva contare su Kahn, Lahm e Klose; l'Argentina iniziava ad affacciarsi al futuro niente meno che con un giovanissimo Lionel Messi. L'Italia arrivò in Germania senza i favori del pronostico. Era una squadra forte, ma reduce dal momento più difficile della storia recente del calcio italiano. Mentre gli Azzurri preparavano il Mondiale, infatti, il movimento era travolto dallo scandalo di Calciopoli.
La profonda macchia di Calciopoli
L'estate del 2006 si apre con il calcio italiano seduto sul banco degli imputati. A far esplodere il caso di Calciopoli sono le intercettazioni dell'inchiesta della Procura di Napoli che delineano un intreccio di rapporti tra dirigenti, designatori arbitrali e vertici federali, ritenuto in grado di condizionare il regolare svolgimento del campionato. Il nome che domina le cronache è quello di Luciano Moggi, ma l'onda d'urto travolge l'intero movimento: nell'inchiesta finiscono 134 persone e, insieme alla Juventus, vengono coinvolte anche Milan, Fiorentina, Lazio e Reggina.
In poche settimane l'intero castello crolla. Cadono i vertici della Federcalcio, lasciano i designatori arbitrali e la giustizia sportiva accelera i tempi per chiudere i processi prima dell'inizio della nuova stagione. Il verdetto più pesante colpisce la Juventus: retrocessione in Serie B, revoca degli scudetti 2004-05 e 2005-06 e nove punti di penalizzazione nel campionato cadetto, dopo la riduzione della sanzione iniziale. Anche gli altri club coinvolti vengono puniti con penalizzazioni ed esclusioni dalle competizioni europee. Più che sulle singole partite, però, l'impianto accusatorio si fonda sull'esistenza di un sistema. Nessun arbitro viene infatti condannato per aver alterato volontariamente il risultato di una gara, ma la giustizia sportiva ritiene provata la presenza di una rete di pressioni e relazioni capace di compromettere la parità competitiva. È questa la chiave giuridica che rende Calciopoli un caso senza precedenti.
Mentre il Paese si divide tra indignazione e difesa delle proprie bandiere, gli Azzurri partono per il Mondiale di Germania con il peso di un movimento screditato come mai era accaduto prima. L'Italia è ferita. Vincere non avrebbe cancellato lo scandalo, ma avrebbe restituito al calcio italiano un'immagine diversa, almeno sul campo. E così fu.Il Toro della rinascita: dalla Serie B alla Serie A
Mentre il calcio italiano attraversava una delle sue pagine più buie, il Torino stava vivendo una delle più significative rinascite della propria storia recente. Solo dodici mesi prima il club granata sembrava destinato a scomparire. Il fallimento della precedente società aveva lasciato in eredità debiti, incertezza e il rischio concreto di vedere sparire un patrimonio sportivo. L'arrivo di Urbano Cairo nell'estate del 2005 segnò invece l'inizio di un nuovo percorso: una ripartenza costruita con risorse limitate, ma con un obiettivo preciso, riportare il Toro in Serie A.
La squadra allenata da Gianni De Biasi trovò presto un'identità fatta di organizzazione, sacrificio e spirito di gruppo. Attorno a quella base c'erano i protagonisti della promozione, da Rosina a Stellone, passando per Davide Nicola, Oscar Brevi e tanti altri interpreti di una stagione vissuta sempre in rincorsa. L'11 giugno 2006 arrivò il momento decisivo. Al Delle Alpi quasi sessantamila tifosi accompagnarono il Torino nella finale di ritorno dei playoff contro il Mantova. Dopo centoventi minuti di sofferenza esplose la festa: il Toro tornò in Serie A. "Fu una serata indimenticabile", avrebbe ricordato De Biasi nel 2025 ai microfoni di Toro News. "Sessantamila persone allo stadio, un'iniezione di energia, vitalità e amore alla squadra". Quella promozione rappresentò molto più di un semplice traguardo sportivo. Arrivava al termine di una stagione costruita con pazienza, dopo il fallimento e la rifondazione, e restituiva speranza a una piazza che aveva rischiato di perdere tutto. Fu il simbolo di un'estate piena di contrasti. Da una parte, il calcio italiano costretto a fare i conti con Calciopoli, con la Juventus retrocessa e un intero sistema messo sotto accusa. Dall'altra, un Torino appena rinato, che ritrovava il proprio posto nella massima serie. Mentre qualcuno cadeva, il Toro ricominciava a vivere.
Vent'anni dopo, quell'estate continua a raccontare due storie parallele. Da un lato il trionfo di Berlino, capace di regalare agli italiani una delle notti più felici della loro storia sportiva. Dall'altro la rinascita del Torino, che proprio in quei giorni ritrovava la Serie A dopo aver sfiorato la scomparsa. Due vicende diverse, ma accomunate dalla stessa idea di riscatto. Perché il luglio del 2006 non fu soltanto il mese in cui l'Italia vinse un Mondiale. Fu anche il momento in cui il calcio italiano, tra macerie e speranze, dimostrò di sapersi rialzare. E vent'anni dopo, quei ricordi continuano a parlare a un'intera generazione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA