Il 9 luglio 2001, in due interviste uscite lo stesso giorno, le bandiere granata denunciarono l'esplosione del business nel pallone. E avevano visto giusto

Non servono presentazioni. Uno è “Puliciclone”, l’altro è “Cotenna”: due icone senza tempo del Toro, anche se il loro rapporto, da giocatori granata, si è interrotto sul più bello: nel 1975. Poi avrebbero festeggiato entrambi lo scudetto del 16 maggio 1976, ma in modi diversi: Pulici da trascinatore, capocannoniere con 21 reti; Agroppi da giocatore del Perugia, anche se assente in quell’atto finale con la Juventus, deciso da Curi.

Un altro split screen il 9 luglio 2001, quando curiosamente entrambi finiscono sulle pagine dei giornali. Lo stesso giorno: Aldo Agroppi su l’Unità, Pulici su La Stampa, in una coincidenza che trasuda granatismo. Inutile dirlo: mai banali, come sempre. Quell’estate segna un punto di non ritorno per il calciomercato, l’ultimo misurato in lire e non in euro. Zinedine Zidane ne è il protagonista: dalla Juventus si trasferisce al Real Madrid per 150 miliardi, circa 77 milioni di euro al cambio. Una cifra monstre per l’epoca, che batte il record appartenuto per una sola annata a Luis Figo, trasferitosi sempre ai Blancos dal Barcellona per 140 miliardi.

Progetto senza titolo (3)

Che il calcio fosse entrato in un altro paradigma era sotto gli occhi di tutti. I Galacticos stavano segnando un prima e un dopo. "Non si cerca lo spettacolo ma il business: bisogna darsi una regolata", sentenziò Pulici, con annessa frecciata: "Quando giocavo e promettevo una ventina di gol, se poi ne realizzavo appena la metà dicevano che ero finito. Adesso un Vieri con 18 gol in sei mesi ha prezzi stratosferici. E non è il solo. Pensate ai 150 miliardi spesi dal Real per Zidane".

Agroppi gli fece eco: "Non c’è calciatore che valga tutti quei soldi". Poi, con un’ironia da maledetto toscano, aggiunse: "Con cento miliardi io mi piglio Naomi Campbell e Claudia Schiffer", vecchio Snaporaz. «Ormai circolano ingaggi che sono fuori dal mondo. Come niente si parla di dieci o undici miliardi l'anno. La cosa mi dà fastidio, ma me ne dà ancora di più se penso che spesso si tratta di analfabeti. Mi potrà dire che non serve una laurea per essere un campione nel calcio, ma un briciolo di cultura non guasterebbe. Ma lasciamo stare certe scelleratezze».
Nella stessa estate la Serie A delle Sette Sorelle cominciò a vacillare. Lazio e Parma iniziarono a perdere pezzi, la Fiorentina si avviava verso il fallimento. "Vuol dire che anche la Covisoc non ha fatto il suo dovere, vuol dire che per troppo tempo c'è stata omertà di fronte a certi problemi".

Più che uomini di quel calcio, Pulici e Agroppi sembravano già appartenere a un altro. Pupi, finita la carriera da calciatore, fu vice al Piacenza. Ebbe Beppe Signori come allievo, "ma troppo spesso vedevo che gli insegnamenti venivano disattesi da altri giocatori e l'entusiasmo è scemato". Così, lasciato il calcio professionistico, scelse di dare il proprio esempio nelle giovanili della Tritium di Trezzo sull’Adda.
Forse un piccolo spiraglio lo avrebbe concesso al Toro, di cui è sinonimo: "Nessuno, in società, alza il telefono per chiamarmi e farmi proposte", disse. "Il nome di Pulici è scomodo e non ne faccio una colpa per nessuno". Era il 2001, c’era Cimminelli, ma nemmeno la presidenza Cairo, in futuro, lo avrebbe preso in considerazione.

Una soluzione drastica, inusuale forse per un ex membro del circus. E pensare che quel Pulici non avrebbe visto ancora nulla: dall’ingresso dei soldi arabi, al calcio trasformato in strumento di soft power statale, fino all’ultima sortita trumpiana sul Mondiale, con il benestare di Gianni Infantino.
Aldo Agroppi, invece, ne individuò la soluzione: "Io le sto parlando qui dalla mia piscina, piglio il sole, la sera mangio e sto con gli amici. Quando mi chiamano vado in televisione oppure scrivo qualche articolo. Ho quasi sessant'anni, chi me lo fa fare di tornare in questa gabbia di matti che è il mondo del calcio?".

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