Appuntamento con la Storia / Per un tifoso granata non c’è niente di meglio che riscoprire "emozioni antiche", come vincere il derby
Di illusioni coltivate agli inizi del campionato pochi tifosi italiani sono davvero informati come quelli granata. Da ultimo si ricorderà come nel 2024 il Toro giunse in testa alla classifica grazie a una partenza strepitosa: tre vittorie e due pareggi portarono i granata soli al vertice il 20 settembre 2024, circostanza che non capitava dalla stagione 1976-77; tuttavia, seguirono tre sconfitte consecutive e durante quella esterna con l’Inter si infortunò il bomber-capitan Zapata, concludendo anzitempo la stagione e ridimensionando anche quella della squadra che dal 29 settembre al 7 dicembre 2024 vinse solo contro il Como, non ancora lo squadrone attuale.
D’altra parte, sfogliando i capitoli della storia del Torino Calcio, non sono mancate eccezioni alla regola. Anche la stagione 1955-56, con l’allenatore Frossi e neo-presidente Teresio Gugliemone – nativo di Pinerolo (1902-59), industriale e banchiere, politico di punta, eletto con la Democrazia cristiana nella prime tre legislature al Senato, che morì stroncato da un infarto il 25 gennaio 1959, mentre stava parlando in pubblico – ebbe un incipit entusiasmante, con cinque gare senza perdere, un pareggio 2-2 a Napoli nel match d’esordio, vittoria di misura con il Bologna e successo in trasferta a Bergamo per 2-1 il 2 ottobre 1955, seguito dal pareggio casalingo nel derby (il 9 ottobre seguente).
In questi esordi si segnalò l’attaccante valdostano Lelio Antoniotti (1928-2014) che in tre anni granata (1953-56) mise a segno 13 reti; goleador fu Buhtz, con 10 reti. In ogni caso, lo scoppiettante avvio inorgoglì i tifosi del Filadelfia, di fatto illudendoli nell’anno della Fiorentina che trionfò con 53 punti; il Toro chiuse con 33 punti, al nono posto. Non mancarono affermazioni significative: 5-0 in casa ai danni della Triestina, il 30 ottobre 1955; 6-0 alla Pro Patria, sempre al Fila il 4 dicembre seguente; la vittoria nel derby di ritorno (dopo aver pareggiato quello d’andata, il 9 ottobre 1955), in casa dei gobbi, il 4 marzo 1956, con reti di Bertoloni (36’) e Buhtz (87’): era dal maggio del 1949 che i granata non si imponevano nella stracittadina.
In questa stagione fece due apparizioni nella prima squadra granata, dopo sette anni con le Giovanili granata, il toscano Romano Fogli (1938-2021), calciatore limpido e fluido, agile e tatticamente intelligente, che iniziò la carriera da mediano per poi assurgere a centrocampista: la sua capacità di coprire tutto il campo gli valse il soprannome di zanzara. Nel campionato successivo (1956-57) furono venduti diversi calciatori – vi ricorda qualcosa dei tempi recenti? – e il Toro pescò tra i giocatori di fine carriera lasciati liberi dalle proprie squadre, come gli attaccanti Gino Armano (ex Inter) e lo svedese Hasse Jeppson, proveniente dal Napoli. Mai avvio fu più disastroso, con undici sconfitte nel girone d’andata che relegarono il Torino all’ultimo posto in classifica, con appena 11 punti.
A questo punto, il 14 gennaio 1957, scattò il valzer della panchina: Fioravanti Baldi venne sostituito prima da Ussello fino al 18 febbraio e poi dallo jugoslavo Blagoje Mosè Marjanović (1907-84) che, già attaccante e nativo di Belgrado, apparteneva all’antica e prestigiosa scuola danubiana allora dominante. Uomo schivo e determinato, sempre con la sigaretta in bocca, Marjanović riorganizzò la squadra, adottando il modulo a sistema con essenziali schemi tattici che i giocatori dovevano conoscere a memoria ed eseguire ripetutamente in allenamento a grande velocità; inoltre, affidò la regia proprio al citato Fogli (1938-2021), calciatore ingegnoso che conferì una nuova identità alla squadra.
Arrivato a Torino, dopo un colloquio con «il dirigente unico» Lora Totino, Marjanović venne accolto da 2.000 tifosi e ai giornalisti dichiarò che la situazione era «grave», c’era «molto da lavorare», ma il Toro aveva «le possibilità per riprendersi», aggiungendo: «Dovremo applicare più rigorosamente il sistema. Le tattiche difensive non servono, ci vogliono goals e vittorie». Anche grazie a quel bòcia tra le stelle, come lo ha chiamato Paolo Ferrero, il tecnico slavo sorprese tutti, portando a casa dieci vittorie e tre pareggi: il Toro si classificò quinto, con 35 punti – pari merito con Inter, Bologna e Sampdoria –, due in più degli strisciati. Il tecnico danubiano sembrava avere la bacchetta magica.
Non c’è niente di meglio per un tifoso granata, specie in stagioni scialbe e prive di suggestioni, che riscoprire «emozioni antiche», come vincere il derby della Mole. Nel girone di ritorno della stagione 1956-57, dopo aver pareggiato quello di andata con un modesto 0-0, i granata sconfissero sonoramente gli strisciati. Il girone di ritorno iniziò, il 3 febbraio 1957, con uno 0-0 sul campo del Bologna, seguito da un pareggio, una sconfitta e quattro vittorie, un cammino di fatto in crescita. Grande attesa c’era, pertanto, tra il pubblico del Filadelfia il 17 marzo quando si giocò un derby a senso unico, vinto 3-1 dal Toro: granata già in vantaggio al 19’ con il gol di Armano cui fece seguito la doppietta di Jeppson (33’ e 86’) e la rete dell’attaccante argentino Juan Carlos Tacchi.
A seguire quella stracittadina c’era l’appena maggiorenne Gian Paolo Ormezzano che, pur avendo già il tesserino per andare in tribuna stampa visto che scriveva per «Tuttosport», vide il derby dalla curva Maratona. Simpatico, ironico, indefesso lavoratore, Ormezzano se n’è andato il giorno di Santo Stefano del 2024, dopo aver raccontato per oltre mezzo secolo le più grandi imprese dello sport (25 Olimpiadi, 28 Giri d’Italia, 15 Tour de France e l’epocale conquista della Luna nel 1969, raccontata da Cape Canaveral).
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