Loquor / "Si è tolto valore al calcio e gli si è dato un prezzo, e noi abbiamo accettato di pagarlo"

“Ogni uomo desidera soddisfare i propri bisogni"

Jonathan Littel

Quando l’immaginario prende il posto della realtà, quando ogni cosa viene rappresentata come uno stupore permanente e il fantasmagorico che tutti aspettavano, quando un presidente della Fifa si riduce ad essere una propaggine mesta dell’attuale uomo più potente della terra, si può facilmente capire di essere giunti ad una stazione terminale da fine della storia. La questione non è più stare al passo con la commercializzazione di questo tempo simoniaco, non siamo ingenui, ma di prendere atto dello smarrimento totale del senso della decenza. Si è tolto valore al calcio e gli si è dato un prezzo, e noi abbiamo accettato di pagarlo. Scrolliamo le spalle e diventiamo indifferenti quando l’orrendo si appalesa, “tanto non possiamo far niente- ci raccontiamo-, quindi tanto vale partecipare alla festa”. I dati dicono che tutto è stato un successo: i ricavi, l’esplosione dell’indotto, gli ascolti tv, gli stadi pieni. Niente ha smosso o provato la sensibilità di chi ha seguito i mondiali, nemmeno la pause per idratarsi, anche a fronte di stadi dotati di aria condizionata, per consentire agli spot di irrompere nelle case del globo e far così muovere verso l’alto il fatturato della Fifa. Ha ragione Gianni Infantino, quindi. Nella finale di New York c’è stata la sintesi del tutto, mi ha ricordato un passaggio de “Le Benevole”, il bel romanzo di Jonathan Littel: “a volte è necessario uccidere per dovere, Herr Reichsminister. Uccidere per piacere è una scelta”. C’è un che di parodia, e anche di sfrontatezza indecente, nel far cantare a dei bambini la parola “love” in uno stadio di un Paese che in questo momento ne sta bombardando un altro e sta fornendo appoggio in un altro paio di guerre. Usare dei bambini per mettere in scena tutta la contraddizione possibile, ci vorrebbe un grande scrittore per far giungere lo sdegno in tutte le parti del pianeta. Anche in quelle più lontane.

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Si mutilano principi, valori e sentimenti e noi scrolliamo le spalle, davanti a quella faccia eternamente sorridente che pare uscita da una foto paparazzata nella “Via Veneto” della “Dolce Vita” degli anni 60: è tutto uno spettacolo e un incasso per Infantino,e allora perché non sorridere? Ma parliamo di Spagna Argentina. Il gol di Ferran Torres ha tolto la possibilità di un furto con scasso da parte degli argentini nella lotteria dei rigori. La giornata della finale era cominciata con uno show pacchiano da festa gitana e con l’ingresso in campo della coppa del mondo scolpita nell’oro negli ani 70 dall’artista italiano Silvio Cazzaniga, custodita in una baule di raffinato e costoso pregio di “Louis Vuitton”. Solo un villano arricchito cresciuto tra le valli svizzere di “Heidi”, poteva avere l’idea di mettere il sacro in un baule con il marchio di una “maison”. La testa levigata ne lucida alla capitano Jean Luc Picard di “Star Trek”, rende Gianni Infantino riconoscibile da qualsiasi punto dello stadio, e quando questo accade partono bordate di fischi. Ma a lui scivola tutto, perché tanto ad averlo reso ricco e potente sono i voti di federazioni come quelle di Capo Verde e Curacao, a cui il più levantino degli svizzeri, attraverso gironi di qualificazione cervellotici, ha assicurato una vacanza premio ogni volta che ci sono i mondiali, da costui ridotti ad un flusso di coscienza da registratore di cassa. Qualcuno dalle nostre parti lo segue e si esalta, come “Vogue Italia” che riesce a scrivere quanto “il Trophy Trunk smette di essere un semplice contenitore e diventa parte integrante della narrazione visiva della competizione… la Maison ha trasformato il proprio “heritage di mallettier” in uno strumento di storytelling contemporaneo”. Grazie allo svizzero più svizzero tra gli svizzeri, uno che ha superato in faccia tosta, e non era facile, anche il connazionale Sepp Blatter, non è rimasto più niente da “brandizzare” o “spottizzare”, nemmeno quando si tratta di sostituire un giocatore o ci si ferma per bere dell’acqua.

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Si è dilatato pure il tempo dell’intervallo della finale pur di far capire a tutto il pianeta che ormai il calcio si è vestito di spettacolo e marchetta. Forse si potrebbe fare ancora qualcosa quando i calciatori sono soccorsi per infortunio dallo staff medico, magari “spottizzando” prodotti legati alla sanità e così restando in tema. Ci arriveremo. Dopo la bulimia indigesta di cose che con il calcio non c’entrano(compreso un discorso di Tom Cruise falso come quando in “Mission Impossible” il rinculo dello scoppio di una bomba lo fa rimbalzare sul parabrezza di un treno senza manco fargli un graffio), il presidente della Fifa corre a sedersi vicino a Donald Trump, e se avesse avuto a disposizione un “flabello egizio” state pur certi che lo si sarebbe visto dedito nei panni di “flabellifero” agitarsi attorno al presidente Usa. Il fischio dell’inizio della finale dell’arbitro sloveno Slavko Vincic sta per arrivare, e Lele Adani sta facendo gli ultimi gargarismi per essere pronto ad urlare sineddoche, metafore, sillogismi sconnessi nel caso Lione Messi dovesse metterla dentro la rete anche a colpi di gluteo. Ribaltando il celebre titolo del romanzo di Milan Kundera, in pratica si sta preparando a mettere in scena la sua insostenibile pesantezza dell’essere. Nei giorni precedenti l’ex calciatore e sodale di Bobo Vieri è stato adeguatamente bastonato da tutto l’universo mondo giornalistico italico. Però in Argentina lo amano, suppongo ciò lo consoli dall’essere “nemo propheta in patria”. La partita praticamente non c’è, l’Argentina rifiuta di giocarla e si arrocca nella sua metà campo nella speranza di arrivare ai rigori. Nel frattempo mena calci e ogni tipo di fendente fisico per costringere gli spagnoli ad acquietarsi e ad accettare l’idea di duellare dal dischetto l’assegnazione del titolo iridato. L’arbitro lascia fare forse per uniformarsi allo storytelling della “garra” argentina: non si interrompe una suggestione. Quindi niente cartellini gialli e licenza di far sentire i tacchetti. Però gli spagnoli non ci stanno, e la finale cominciano a giocarla creando le loro occasioni. Un po’ per la bravura del portiere dell’Albiceleste, un po’ perché non hanno un Haaland o un Kane, non riescono a sfondare. Intanto continuano a prendere calci a go go: occorre onorare la “garra”.

Si arriva al novantesimo e Lionel messi dimostra di non essere nemmeno lontano parente della statura humana e calcistica di Diego Armando Maradona. Dopo un veloce scambio di idee con Cucurella, che per una frazione di secondo si copre la bocca, richiama l’attenzione del direttore di gara e del Var per far espellere il giocatore spagnolo. Lo prevede una regola da politicamente corretto da oscar del surreale, voluta dall’ineffabile boiardo svizzero: in campo non si può parlare con la mano davanti la bocca, pena, appunto, l’espulsione. Il signor Slavko Vincic da una rapida occhiata alla “Pulga”, che più o meno dice questo: “fino ad ora vi ho permesso di fare la rissa che volevate. Vediamo di non esagerare con les richieste assurde e antisportive”. Colui che non esitò un secondo a lasciare il “Barca” indebitato fino al colo da un miliardo di euro(il numero dieci argentino gode di una tale buona stampa agiografica, che nessuno osa rimproverargli mai niente), capisce che non è aria e passa oltre. Cominciano i supplementari, il Ct Scaloni fa sostituzioni obbligate perché molti dei suoi giocatori non si reggono più in piedi. Mette un pugno di difensori e di centrocampisti di contenimento, e lascia sorprendentemente Lautaro Martinez in panchina, ovvero l’unico che potrebbe dare profondità all’attacco asfittico de “La Seleccion”. Voci maliziose dicono che è Messi a non volerlo vedere in campo, e quanto il campione rosarino sia il vero allenatore della squadra. L’intenzione argentina, comunque, continuano ad essere i rigori. La vita ha una sua giustizia, anche se non sempre. Succede quindi che al 106esimo dei tempi supplementari Ferran Torres, attaccante del Barcellona con uno stipendio da 10 milioni di euro l’anno, approfitti di una sponda di testa pazzesca di Nico Williams e metta la palla in rete. La famiglia reale iberica, presente al completo in tribuna, perde l’aplomb regale e si abbraccia come avrebbero fatto i loro avi se l’Invincibile Armada a suo tempo fosse riuscita a sopraffare il potere di Elisabetta I d’Inghilterra. Messi e compagni nei minuti restanti provano a recuperare, e finalmente riescono a indirizzare due tiri pericolosi, gli unici di tutta la finale, verso la porta spagnola. Stavolta il destino non può essere così ingiusto, anche se a qualcuno piacerebbe. La Spagna vince, e mentre Re Felipe VI abbraccia ad uno ad uno i suoi neocampioni del mondo, Messi va sotto la curva dei suoi tifosi insieme a tutta l’Albiceleste(la cosa ha scatenato molte polemiche per la mancanza di rispetto verso “La Roja”). E’ impietrito e le lacrime scendono sul suo viso, diventando la scia di un dolore. I tifosi argentini lo invocano, non hanno nessuna intenzione di lasciarlo solo: sanno quanto gli devono. Intanto si assiste al siparietto di Rodri, capitano degli iberici, che invita più volte Trump ad allontanarsi dal “campo” delle “Furie Rosse”, che vogliono festeggiare e farsi le foto senza presenze ingombranti. Con fatica “The Donald” capisce il suo ruolo di rappresentanza e non di protagonista, e mestamente si mette di lato. E’ il momento in cui Infantino, ancora evidentemente non pago delle sue figure da cortigiano, fa uno scatto con un saltino in avanti alla Alberto Sordi per andare a soccorrere il presidente Usa. Gli mette accanto e si mette ad applaudirlo. No, non ha nemmeno lontanamente la classe di Alberto Sordi. Ieri Trump ha fatto trapelare che lo vedrebbe bene come nuovo Segretario Generale dell’Onu. Ci sono storie davvero infinite, parodie delle parodie.


CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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