Torna "La Scossa Granata", di Michelangelo Suigo: "Ci risiamo. Cambiano gli allenatori, passano le stagioni..."
Ci risiamo. Cambiano gli allenatori, passano le stagioni e ruotano i giocatori, ma il copione del Toro, quando si presenta l'occasione per il tanto sospirato salto di qualità, resta amaramente lo stesso. Lo stadio Zini di Cremona doveva essere il teatro del riscatto, il palcoscenico ideale su cui sfatare finalmente quella maledizione che aleggia come un'ombra asfissiante sulla sponda granata: vincere tre partite consecutive in campionato. Un'impresa che ormai manca da ben sette anni, dai tempi di Walter Mazzarri nella stagione 2018/2019. E invece, contro una Cremonese terz'ultima in classifica e con l'acqua alla gola, il Toro ha messo in scena l'ennesima prestazione desolante, chiudendo con uno scialbo 0-0 che fotografa perfettamente il vuoto cosmico di idee e di gioco dell'undici sceso in campo.
Il paradosso della mente sgombra
Ma ciò che fa più male, ciò che rende questo pareggio ancora più indigesto di una sconfitta di misura, è la condizione psicologica con cui il Toro è arrivato a questo appuntamento. La squadra è già salva. Non ci sono più l'ansia della classifica, l'incubo della retrocessione o la pressione soffocante del dover fare punti a ogni costo per sopravvivere. In teoria, questa dovrebbe essere la condizione ideale per un calciatore: la mente sgombra da paure dovrebbe lasciare spazio alla creatività, al coraggio, alla voglia di rischiare la giocata e di onorare la maglia con leggerezza e determinazione. Invece abbiamo assistito all'esatto opposto. Vedere un Toro così, senza anima e senza voglia, fa ancora più male proprio perché non ci sono alibi tensionali. Senza la "paura" di perdere, è sparita anche la "voglia" di vincere. La squadra è parsa piatta, svuotata, quasi infastidita dal dover onorare l'impegno agonistico. È un segnale preoccupante: se non si trova la motivazione nel piacere di giocare e nel rispetto per i tifosi quando la pressione cala, allora significa che il problema è profondo, strutturale, identitario.
Un deserto offensivo inaccettabile
Il dato statistico finale è impietoso e non ammette alcun tipo di giustificazione: un solo tiro in porta in oltre novanta minuti di gioco. Un misero, solitario squillo nello specchio contro la retroguardia di una squadra che lotta disperatamente per non retrocedere. È il sintomo evidente di una sterilità offensiva cronica, di una manovra farraginosa che si arena sistematicamente sulla trequarti. La circolazione palla è stata di una lentezza esasperante, un possesso orizzontale sterile che non ha mai cercato la verticalizzazione o l'uno contro uno.
L'illusione al 94' e il verdetto del campo
L'illusione, beffarda come spesso accade nel calcio, è arrivata a tempo ormai scaduto. Al minuto 94, in una ripartenza che ha portato Kulenovic a cercare il tiro vincente. Due parole merita l'episodio, contestato dai grigiorossi, che ha portato all'annullamento del gol della Cremonese. Bisogna essere onesti, la decisione è sacrosanta. Il fallo di Baschirotto sul portiere Paleari era netto e il regolamento al riguardo è chiarissimo: il portiere granata aveva le mani sul pallone. Non ci sono complotti o errori arbitrali a cui aggrapparsi per nascondere la realtà (come ha fatto trapelare anche Giampaolo a fine match).
L'affronto della fascia e il banco degli imputati
A rendere la giornata ancora più amara è stata la scelta di affidare la fascia di capitano a Biraghi dal 75'. Una decisione avvertita da gran parte del popolo granata come un vero e proprio schiaffo alla storia. Quella fascia, indossata da leggende come Ferrini, Mazzola, Cravero, Claudio Sala, Dossena o Glick richiede un peso specifico, un attaccamento alla maglia e ai tifosi e un'appartenenza unica. Mister D'Aversa, così non va proprio. E non solo per il Capitano. Non è accettabile presentarsi a una sfida simile con questo atteggiamento rinunciatario. Se la squadra non ha più stimoli una volta raggiunta la salvezza, la responsabilità è in gran parte di chi siede in panchina e non sa trasmettere il senso di urgenza e l'orgoglio di appartenenza. Questo 0-0 non è un punto guadagnato, ma l'ennesima conferma di un Toro che ha smarrito la sua strada e, cosa ancor più grave, la sua identità. Vogliamo e ci meritiamo molto di più. Regalaci qualche bella soddisfazione in queste ultime giornate.
Manager, docente Luiss, esperto di comunicazione e Public Affairs, giornalista pubblicista col cuore granata. Michelangelo Suigo è un orgoglioso e genuino tifoso granata.
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