Torna la rubrica Culto a cura di Francesco Bugnone: puntata omaggio a Sandro Mazzola

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I casi del destino sono particolari e così una bandiera dell’Inter, uno dei suoi simboli più riconoscibili diventa al tempo stesso “uno di noi”, una persona che chi tifa Toro sente vicina anche se non ne ha mai giocato in granata, anche se ci ha segnato contro sette volte tra campionato e Coppa Italia, anche se la parentesi dirigenziale sotto la Mole non è stata memorabile.

Non è (o non solo) il semplice fatto di essere figlio di Valentino, il Capitano del Grande Torino, il numero dieci per eccellenza della storia granata. Sandro Mazzola è considerato uno di noi per quelle foto e quei filmati che lo vedono al Filadelfia come mascotte di quell’immensa e sfortunata squadra a partire dall’immagine emozionante in cui il papà gli lega le scarpe fino ad arrivare a quando segna una rete contro Bacigalupo in un momento di relax della squadra prima di allenarsi (“ingaggio: una caramella” chiosa la stentorea voce dell’Istituto Luce mentre Valentino solleva Sandro festante). Gli abbiamo cucito addosso la nostra maglia anche se quella della sua vita è stata un’altra, anche se quando giocava non abbiamo sempre accettato di buon grado il fatto che uno col suo cognome giocasse altrove come dimostrano i fischi che subì in un Italia-Argentina preparatorio ai mondiali 1966 perché visto come rivale di Meroni per una maglia da titolare. Il tempo talvolta mitiga e addolcisce e col passare degli anni l’abbraccio fra granata e Sandro si è fatto intenso, sincero e senza asperità come era apparso in alcuni momenti della carriera dove la famiglia Mazzola si sarebbe aspettata un trattamento più affettuoso dalla società del Torino.

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“Un uomo con le spalle larghe, ecco cosa ci vorrebbe per te” cantava Francesco De Gregori in quell’album tanto bello quanto sottovalutato che è Terra di nessuno e Sandro Mazzola le spalle larghe le ha avute eccome. Non certo fisicamente, ma moralmente per riuscire a calcare i campi da calcio più importanti del mondo da figlio di un fenomeno che si ritaglia uno spazio nel mondo con le sue forze e ci riesce alla grande. Con l’Inter quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, campione d’Europa e vice-campione del mondo con la Nazionale sempre da protagonista e da leader con la consacrazione definitiva nella finale al Prater di Vienna fra nerazzurri e Real Madrid del 1964 dove segna una doppietta contro i blancos del suo idolo idolo Alfredo Di Stefano che, per l’ennesima ironia della sorte, avrebbe potuto affiancare o sostituire suo papà al Toro. Al termine di quella partita lo avvicinerà il leggendario Ferenc Puskas per scambiare la maglia e per dirgli che aveva giocato contro Valentino e poteva asserire che Sandro fosse davvero degno di lui.

L’anno dopo il fato si diverte ancora. La finale di Coppa dei Campioni, seconda consecutiva e giocata a San Siro, è contro il Benfica contro cui il Grande Torino giocò la sua ultima partita prima della tragedia, mentre la partita decisiva per lo scudetto nerazzurro è contro il Toro, un 2-2 sudato e ripreso per i capelli da Mazzola con un rigore allo scadere.

“Lo sai che più si invecchia, più affiorano ricordi lontanissimi/come se fosse ieri mi vedo a volte in braccio a mia madre e sento ancora i teneri commenti di mio padre”: comincia così Mesopotamia di Franco Battiato raccontando come si accorci il tempo tra l’età più matura e i ricordi d’infanzia. Negli ultimi anni Sandro Mazzola ha spesso aperto il suo cuore per parlare di quel suo papà conosciuto e poi strappato via da una sorte maledetta. Racconta di come vedesse la sua mano enorme quando la stringeva e di come sentisse un’incrollabile fiducia verso quell’uomo che tutti “volevano abbracciare”, capendo come fosse qualcuno su cui contare. Vedeva Valentino così grande tanto da parergli dieci centimetri più alto. Ogni tanto Sandro e Valentino, che è anche il nome di suo nipote, si incontravano nei sogni, giocando con la palla come nel filmato dell’Istituto Luce citato in apertura.

Nella notte tra venerdì e sabato, proprio mentre lo stadio di San Siro che lo ha visto protagonista con la maglia nerazzurra compiva un secolo di vita, Sandro Mazzola ha chiuso gli occhi un’ultima volta. Cercando la consolazione di fronte a dolori di questo tipo si spera che dopo ci sia qualcosa e quel qualcosa stavolta potrebbe essere ritrovare il proprio padre con maglia e calzoncini corti pronto a giocare con lui tutte le volte che entrambi vorranno. E allora arrivederci Sandro, parafrasando il titolo del nostro giorno più bello dopo Superga “Lassù qualcuno ti aspetta”.

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