L'ex compagno di mille avventure racconta il Giorgio più intimo: “Tutti pensavano che, essendo così duro in campo, lo fosse anche nella vita privata. Invece tutt'altro”.

“Dopo Valentino Mazzola, Giorgio Ferrini è stato il più grande capitano del Torino. Sono stato capitano anch'io, lo sono stati Zaccarelli, Sala, Pulici, ma quando si parla di Giorgio ci togliamo tutti il cappello”. Angelo Cereser non ha dubbi. A cinquant'anni dalla scomparsa di Ferrini, ‘Trincea’ ricorda anzitutto l'uomo, prima ancora del calciatore. “Era una persona a modo, seria e precisa in tutto quello che faceva. Quando arrivavi al Torino, con lui imparavi anche a diventare uomo”.

Cereser, in che modo Giorgio Ferrini insegnava ai più giovani a diventare uomini?

“Con l'esempio. Oggigiorno se ne parla tanto, ma se ne vede poco. Giorgio non era uno che ti diceva continuamente cosa dovevi fare: te lo dimostrava. Con la puntualità, con il rispetto, senza parlare male di nessuno. Aiutava tutti, soprattutto i giovani, e favoriva il loro inserimento nella squadra. Era un triestino meno aperto degli altri, ma aveva quel carattere. Quando diceva una cosa, prima o poi veniva fuori che aveva ragione, perché era equilibrato. Non l'ho mai sentito sgridare qualcuno in maniera difficile da accettare. Se sbagliavi, ti incoraggiava ad andare avanti. Era come un bravo maestro di scuola: invece di punirti, preferiva perdere più tempo a spiegarti quello che dovevi fare. E soprattutto ti insegnava a non demoralizzarti mai, perché c'è sempre una seconda possibilità”.

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Ricorda la prima volta che lo incontrò?

“La prima volta lo vidi durante una partita di prova. Ero ancora in Veneto ed ero venuto a Torino per un provino. Non sapevo neanche chi fosse Giorgio Ferrini: non ero mai uscito dal Veneto. Vidi questo giocatore con la fascia di capitano e chiesi chi fosse. Mi dissero che era Ferrini. Tornai l'anno successivo, quando il Torino mi prese per il settore giovanile. All'inizio vivevamo nelle pensioni che la società aveva in affitto in città. Eravamo ragazzi arrivati da tutta Italia, lontani dalle famiglie. Prendevamo cinquemila lire al mese e spesso andavamo a piedi al Filadelfia perché anche il biglietto del tram era una spesa. Giorgio veniva a vedere le nostre partite, si informava su chi fossimo. Fu così che cominciammo a conoscerci”.

E quando arrivò in prima squadra, come la accolse?

“Non faceva tante moine. Ti dava la mano, ti salutava. Con me cominciò subito a parlare in veneto. Mi disse: 'Ciao mona, guarda che qua bisogna correre, bisogna fare fatica. E se hai bisogno di qualcosa, vieni da me'. Già dal mio secondo anno a Torino, ogni tanto mi chiamava, mi portava a mangiare oppure in giro per i negozi. Voleva farmi conoscere la città, i torinesi, aiutarmi a inserirmi nell'ambiente. Prima ti mettevi a posto nella vita e prima potevi diventare un giocatore”.

Perché aveva questa particolare attenzione nei suoi confronti?

“Ero figlio unico di madre vedova. Mia madre era rimasta in Veneto e io ero da solo a Torino, non conoscevo nessuno. Giorgio aveva capito che ero uno di quelli che avevano bisogno di compagnia. Era una sensibilità che aveva. Naturalmente non lo faceva soltanto con me, ma con tanti ragazzi”.

Con il passare degli anni, come si consolidò il vostro rapporto?

“Proprio in quei primi anni. Poi, quando lui si sposò, le cose cambiarono un po', perché aveva la sua famiglia e anche noi cominciavamo ad avere una vita diversa. Ma siamo sempre rimasti molto amici. E c'era anche un rapporto di fiducia. All'epoca esistevano i premi partita: il presidente stabiliva una cifra e il capitano doveva distribuirla tra i giocatori. Giorgio mi chiamò e mi disse che dovevo aiutarlo. Per dieci anni tenemmo un libretto nel quale annotavamo tutti i premi e come venivano distribuiti. Lui mi dettava e io scrivevo. Per me significava molto, perché Giorgio aveva capito che poteva fidarsi di me. Mi spiegava che bisognava avere tutto in ordine, perché quando parlavamo con i giocatori e con l'allenatore dovevamo sapere esattamente come stavano le cose”.

E come utilizzavate questo rapporto di fiducia all'interno dello spogliatoio?

“Allora c'era una grande timidezza. C'erano giocatori che non avevano neppure il coraggio di dire all'allenatore che avevano male a una spalla, perché temevano di perdere il posto. Giorgio mi diceva: 'Se senti qualcosa, dimmelo, così vediamo come aiutare chi ha bisogno'. Non soltanto materialmente, soprattutto moralmente. Era il primo collaboratore dell'allenatore”.

Eppure, in campo Ferrini aveva la fama di essere un giocatore molto duro.

“Era durissimo. Quando c'era da litigare, ci andava lui. Ma molte volte, se scoppiava una confusione, bastava che intervenisse e riusciva a calmare tutti. C'erano però avversari che proprio non sopportava. Sivori, per esempio. Nel derby lo provocava, gli faceva segno con il dito di avvicinarsi. Una volta Giorgio lo rincorse per dargli un calcio nel sedere, davanti a tutti. Noi eravamo ancora giovanissimi e guardavamo dalla tribuna. E pensavamo: ma chi è veramente Ferrini? Quello che vediamo in campo oppure quello che conosciamo fuori?”.

Lei quale dei due conosceva?

“Tutti e due. In campo poteva essere durissimo, ma fuori aveva un'educazione straordinaria. Se vedeva una donna o un bambino che doveva attraversare la strada, guai a non fermarsi per lasciarlo passare. Se avevi bisogno di mille lire perché non arrivavi a fine mese, te le dava. Oppure ti comprava un panino. Era uno che sapeva adattarsi alla situazione, cercando sempre di sistemare le cose con le buone. Aveva un rispetto enorme per le persone, soprattutto per i bambini e per gli anziani. E non si dava mai delle arie”.

Le vostre famiglie si frequentavano moltissimo. Come trascorrevate il tempo insieme?

“Eravamo abituati a stare in famiglia. Non ci interessava andare in giro per locali. Quasi tutti i lunedì sera organizzavamo una cena, una volta a casa di Giorgio, un'altra a casa di Fossati e così via. Era il nostro giorno libero. Ci ritrovavamo verso le sette con le mogli, le fidanzate e i bambini. Ognuno portava qualcosa da mangiare. Eravamo tutti amici, in maniche corte, senza formalità. I bambini si mescolavano tra loro, insieme alle mamme e alle nonne. Se un bambino piangeva, chi gli era più vicino lo prendeva in braccio, indipendentemente da chi fosse suo figlio. Lo faceva giocare, gli dava qualcosa da mangiare. Giorgio voleva un bene enorme ai bambini. Tutti pensavano che, essendo così duro in campo, lo fosse anche nella vita privata. Invece era tutt'altro. Ma questo lo sapevamo noi”.

Ricorda qualche episodio particolare di quelle giornate trascorse insieme?

“Una volta andammo a Ginevra. Eravamo partiti con cinque macchine. Io e Renza non eravamo ancora sposati e viaggiavamo con il figlio piccolo di Ferrini e un altro bambino. A metà strada, sul Moncenisio, bucammo una gomma. Il problema è che nessuno di noi sapeva cambiarla! Prendemmo il libretto delle istruzioni della macchina e cominciammo a leggerlo, una pagina per uno. Ci mettemmo due ore e mezza. Non c'erano i telefonini. Arrivammo a Ginevra in ritardo, con gli altri che ci aspettavano al ristorante”.

E una volta arrivati a Ginevra?

“Dopo mangiato andammo a passeggiare nei giardini dell'ONU. C'era anche il figlio piccolo di Giorgio, che a un certo punto doveva fare pipì. Lo accompagnai e gliela feci fare lì, senza accorgermi che a pochi metri c'era una guardia. Sentii un fischio: il vigile voleva portarmi in galera! Quei giardini erano tenuti come l'oro. Alla fine riuscimmo a spiegargli che il bambino non riusciva più a trattenersi”.

Ma Ferrini aveva anche un suo lato più giocoso?

“Era un burlone, eccome. Gli piaceva fare gli scherzi. In estate, per esempio, lui e Lido Vieri erano terribili con i gavettoni. Quando c'erano loro in giro non si vedeva più nessuno: erano capaci di tirarti addosso secchiate d'acqua anche da tre o quattro piani. Una volta ci sono finito in mezzo anch'io. E poi c'erano altri scherzi. Una volta ci fece andare a venti chilometri da Torino a ritirare un pacco. Quando lo aprimmo, dentro c'era scritto soltanto: 'Sei proprio un cretino'. Era fatto così. Con Giorgio era un divertimento”.

C'era anche qualche abitudine particolare che ricorda?

“Gli piaceva la China Martini. Dopo il caffè, al pomeriggio, un goccino lo prendeva volentieri. Gli piaceva anche il whisky buono. E il vino, naturalmente. Bevevamo Barbera e Nebbiolo di Castellinaldo. Quando eravamo a tavola, niente bottiglie piccole: avevamo i pintoni, i bottiglioni. Era una cosa che ci accomunava”.

Ferrini era sempre pronto a difendere i compagni. Ricorda un'occasione in cui accadde il contrario?

“Una volta andammo a giocare in Ungheria (contro l'MTK Budapest, il 6 dicembre 1970, ndr) e successe un gran casino. Ci furono discussioni, espulsioni e la gente entrò in campo. Giorgio era intervenuto per difenderci, ma a un certo punto ci accorgemmo che non era rientrato negli spogliatoi. Era notte, nevicava. Tornammo a cercarlo e lo trovammo in mezzo al campo, quasi per terra, con tante persone che cercavano di picchiarlo. Uscimmo dagli spogliatoi con le scarpe in mano per andare a difenderlo. C'erano persone con i bastoni e anche la polizia menava colpi. Alla fine riuscimmo a rientrare, ma lasciammo lo stadio soltanto alle sei del mattino. Quella volta Giorgio aveva anche torto, perché aveva dato un pugno a un avversario. Siamo usciti tutti e siamo andati a difenderlo, perché era il nostro capitano. E tante volte era stato lui a difendere noi”.

E una volta finita la partita, come viveva quelle tensioni?

“Per Giorgio, finita la partita era finito tutto. Poteva scaldarsi, gli avversari cercavano anche di provocarlo, ma poi ci si stringeva la mano e si andava avanti. Le sconfitte, invece, le digeriva male, soprattutto i derby. Giorgio aveva un suo senso della giustizia. Diceva che poteva anche sbagliare, ma se faceva qualcosa era perché riteneva fosse giusto. Secondo lui si sarebbe potuto giocare persino senza arbitro, con i giocatori che riconoscevano da soli i propri falli”.

Torniamo alla sua vita privata. È vero che a casa Ferrini il capitano era Mariuccia?

“Sempre Mariuccia! Anche se lei diceva di no, era sempre lei. Erano due persone molto diverse, quasi opposte, ma andavano d'accordissimo. Mariuccia non gli risparmiava le critiche, soprattutto quando si parlava di calcio. Gli diceva che aveva giocato da schifo e, quando Giorgio provava a difendersi, lei continuava a sostenere che avesse sbagliato, pur ammettendo di non capire niente di calcio. E lui doveva stare zitto! Era davvero così”.

Che rapporto c'era tra Mariuccia e sua moglie Renza?

“Erano amiche per la pelle. Renza era la più giovane tra le mogli dei giocatori e all'inizio stava spesso vicina a Mariuccia. Anche lei imparò a darci quasi sempre torto! Tra loro c'era un'amicizia grandissima, rimasta fortissima negli anni”.

Giorgio fu testimone al suo matrimonio. Come nacque quella scelta?

“Eravamo a cena e parlavamo di matrimoni, di fidanzate, di chi si sarebbe sposato. Giorgio, scherzando, disse che prima o poi avremmo dovuto far sposare anche me. Poi aggiunse: 'Guarda, se ti sposi il prossimo anno, ti faccio da testimone'. Chiese a Mariuccia se fosse d'accordo e lei rispose di sì, perché andava molto d'accordo con Renzina. Nella famiglia di mia moglie non sapevano neppure chi fosse Giorgio Ferrini, non seguivano il calcio. Ma tra noi si era creato un rapporto di grande amicizia”.

E com'era Giorgio il giorno del matrimonio?

“Ciucco! Era ciucco! Avevamo organizzato il pranzo al Miralago di Avigliana, c'erano circa 210 persone. Avevamo ordinato il nostro vino, Barbera e Nebbiolo di Castellinaldo, e ne andò giù parecchio”.

È capitato altre volte di vederlo in quelle condizioni?

“Una volta eravamo in via Cernaia, a Torino, saranno state le due e mezza di notte. C'eravamo io, Giorgio, Nestor Combin, Fossati e Sattolo. Eravamo tutti un po' allegri. A un certo punto venne fuori l'idea di andare ad Avigliana, proprio dall'amico che aveva ospitato il pranzo del mio matrimonio. Giorgio e Combin volevano arrivare all'albergo alle tre e mezza del mattino, svegliare tutti e farsi preparare la colazione! Combin voleva fermare la macchina, ma Giorgio non volle e alla fine non ci andammo”.

E nello spogliatoio c'era spazio anche per qualche trasgressione?

“Una volta dovevamo giocare contro la Fiorentina e alcuni di noi avevano la febbre alta, anche 38 o 39. Eravamo contati, non potevamo tirarci indietro. Decidemmo di giocare lo stesso. Nello spogliatoio tenevamo sempre del vino, perché ogni tanto facevamo merenda con pane e salame. All'intervallo chiamai il magazziniere, Brunetto, e gli chiesi di portarci un bicchierino. Andammo nelle docce, tirammo le tende e bevemmo di nascosto un po' di Nebbiolo. Pensavamo che, con tutta quella febbre, un goccino non avrebbe cambiato molto. Alla fine vincemmo 1-0. Giorgio partecipò quella volta, ma poi non lo fece più, perché era il capitano. Io, Fossati e Poletti continuammo ancora per alcune domeniche a bere quel goccino all'intervallo. Se l'avessero saputo i giornalisti, chissà che cosa avrebbero scritto. Invece era soltanto il nostro Barbera”.

Nel 1971 entrambi aveste la possibilità di lasciare il Torino: Giorgio era cercato dal Milan, lei dall'Inter. Come affrontaste quella situazione?

“Ci trovammo a casa sua. Giorgio mi disse: 'Che cosa facciamo?'. Avevamo giocato molto bene, ma ci dispiaceva andare via da Torino. Eravamo tutti amici. A casa di Giorgio potevo andare quando volevo, anche senza telefonare prima. Era come un fratello. Quella volta dovevamo parlare anche con l'allenatore Cadè, ma era ammalato, così discutemmo noi due. Ci chiedemmo se fosse meglio restare al Torino oppure andare a Milano, dove magari non ci avrebbero neanche fatto giocare. Alla fine guardammo al cuore”.

Le è mai capitato di arrabbiarsi con Ferrini?

“No, con me non è successo. Non ricordo di aver mai litigato con lui, neppure nei momenti difficili in campo. Non ce n'era bisogno”.

Ma un difetto lo avrà pur avuto. Era testardo, permaloso?

“Permaloso no. Era troppo equilibrato per essere permaloso. Forse un po' testardo, quello sì. Quando si fissava su qualcosa non era semplicissimo fargli cambiare idea. Ma erano poche cose”.

Tra amici avevate anche qualche soprannome per prenderlo in giro?

“Sì, quando volevamo farlo arrabbiare lo chiamavamo 'Sgionfo'. Vuol dire gonfio, perché aveva quella faccia un po' rubiconda. A lui non piaceva moltissimo. Si arrabbiava un pochino, poi lasciava perdere. Ma se si fosse arrabbiato davvero, noi avremmo insistito ancora di più!”.

Non rischiava che qualcuno si approfittasse della sua bontà?

“No, perché era furbo. Furbo nel senso intelligente, non cattivo. Si accorgeva delle situazioni. Prima di giudicare qualcuno studiava bene le cose, voleva capire se aveva ragione oppure torto. Non era uno che parlava soltanto per dimostrare di sapere tutto. Però sapeva tante cose. Gli piaceva anche leggere, aveva spesso qualche libro con sé, soprattutto quando era al mare”.

Era sempre disponibile ad aiutare gli altri. Ma quando era lui a vivere un momento difficile, riusciva a confidarsi?

“Era selettivo. Sceglieva bene con chi parlare. A volte preferiva stare zitto, mettersi in un angolo e aspettare che passasse la buriana. Non raccontava tutto a tutti”.

La sua disponibilità verso gli amici si manifestava anche lontano dal calcio?

“Sì. Una volta eravamo al mare, dalle parti di Trieste. Stavamo nuotando al largo e mi si lussò una spalla. Io non ero un grande nuotatore e mi trovai in difficoltà, perché potevo usare soltanto un braccio. Giorgio era più avanti e nuotava molto bene. Si accorse che qualcosa non andava, tornò indietro e rimase con me fino a quando riuscimmo ad arrivare a riva. Era fatto così: quando avevi bisogno di lui, c'era”.

Nel 1975 lei lasciò il Torino per il Bologna, mentre Giorgio smise di giocare e rimase nello staff di Radice. Come viveste quella separazione?

“All'inizio non ci vedemmo neppure. Io ero al mare e il Torino mi aveva detto che non ero sul mercato. Giorgio era a Trieste, poi partì per il ritiro con Radice. Quando venni a sapere del trasferimento a Bologna era ormai tutto fatto. Non volevo andare via, avevo appena avviato un'attività a Torino. Ci parlammo un mese e mezzo dopo, in occasione della prima partita di campionato tra Torino e Bologna. Giorgio mi disse: 'Ma perché hai accettato? Se non accettavi, non potevano fare lo scambio'. Si riferiva all'operazione che avrebbe portato Pecci al Torino. Io non conoscevo tutti i particolari della trattativa. E avevo anche un motivo personale per non voler andare a Bologna: prima di sposarmi avevo avuto una relazione con una ragazza di quella città e non volevo riaprire quella storia. Giorgio mi disse che avevo sbagliato ad accettare”.

Quando il Torino vinse lo scudetto nel 1976, vi sentiste?

“No, non ci sentimmo per festeggiare. Ci rivedemmo qualche tempo dopo, ma non avevamo molta voglia di commentare. Eravamo amareggiati entrambi. Io per come ero andato via da Torino. Anche Giorgio, nonostante fosse rimasto con Radice e avesse vinto il campionato, mi sembrava amareggiato”.

Sa perché?

“Non lo so con precisione. Mi raccontò che era successa una cosa strana: una volta la squadra era partita per il ritiro e non gli avevano preparato la borsa con il materiale. Aveva avuto qualche problema con il Torino. Io ho il dubbio di conoscere la risposta, ma non sono sicuro di quello che dico e preferisco lasciare perdere”.

Negli ultimi mesi della sua vita riuscì a stargli vicino?

“No, purtroppo non l'ho più visto. Ero legato a Bologna e non potevo fare niente”.

Qual è l'ultimo ricordo che conserva di lui?

“Il rumore di un trapano. Ero alle Molinette, quella domenica mattina in cui lo stavano operando. Facevano dei lavori proprio accanto all'ospedale e si sentiva questo trapano. Un bruttissimo ricordo”.

E oggi che rapporto ha con la famiglia di Giorgio?

“Amos, il figlio di Giorgio, mi disse che, se un giorno si fosse sposato, avrebbe voluto me come testimone. Glielo avevo promesso”.

Come si convive per cinquant'anni con il ricordo di un amico come Giorgio?

“Io ne vorrei altri dieci e poi basta. Ne vorrei altri dieci, così siamo a posto. L'amicizia ti fa bella la vita”.

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