L'ex centrocampista granata racconta gli umori del Brasile a poche ore dal debutto: "C'è un po' di scetticismo sul Mondiale. Quando parlo del Toro mi fa piacere"

È da 28 anni che Leo Junior indossa i panni di commentatore sportivo. Anche quest'estate prenderà parte al Mondiale al seguito del suo Brasile. "È il mio decimo Mondiale da commentatore. Sono qui, negli Stati Uniti, dalla settimana scorsa", racconta. Sono ore di attesa per il debutto della Seleção in una gara già pesante per la conquista del primato nel gruppo C contro il Marocco. La squadra di Ancelotti affronterà anche la Scozia di Ché Adams. L'occasione è utile per carpire gli umori che accompagnano la nazionale più titolata al mondo attraverso le parole di Leo, che nella sua carriera da calciatore ha preso parte a due manifestazioni iridate, nel 1982 e nel 1986. L'ultima l'ha vissuta da giocatore del Toro, dove ha militato dal 1984 al 1987, diventando un idolo generazionale.

Leo Junior al Museo del Toro (foto Chirico)

Leo, cosa prova un calciatore a ridosso di un Mondiale?

“Le emozioni sono quelle di chi si affaccia all’evento più importante della carriera per un professionista del calcio. È un mix di emozioni. Prima dell’inizio c’è sempre un po’ di ansia, ma poi, quando inizia, queste cose vanno via”.

Quante possibilità ha il Brasile di conquistare il sesto Mondiale?

“Io penso che, se i calciatori brasiliani riescono a giocare come fanno nelle loro squadre, ci siano buone possibilità di fare un grande Mondiale. Nei club molti sono protagonisti, come Raphinha nel Barcellona e Vinicius nel Real Madrid: hanno bisogno di portare in nazionale quello che fanno nelle loro squadre”.

Cosa si pensa in Brasile della Seleção?

“C’è un po’ di scetticismo, perché l’ultimo ciclo è stato abbastanza complicato e si sono cambiati due allenatori. Da quando è arrivato Ancelotti le cose sono andate abbastanza bene”.

Contento dell’arrivo di Ancelotti? È l’uomo giusto per il Brasile?

“Lui è l’unico che non poteva essere messo in discussione, nonostante sia il primo allenatore straniero della nazionale brasiliana. È stato accolto alla grande, ha una fiducia grossissima perché è un allenatore che ha vinto tutto con i club”.

Su quali giocatori deve affidarsi il Brasile? Che ne pensi del ritorno di Neymar?

“Il Brasile deve affidarsi al suo gioco collettivo: se funziona, i singoli vengono fuori. Neymar è stato l’ultimo fuoriclasse degli ultimi quindici anni. Purtroppo non è più sbocciato nessuno del suo livello e allora lui ha dovuto, nei tre Mondiali che ha fatto, risolvere da solo. Adesso ha dei problemi al polpaccio e tornerà nella seconda partita di questa prima fase. Ma se riuscirà a stare bene anche solo al 70%, darà una mano ad Ancelotti”.

Ti fa specie che tra i convocati ci siano solo due giocatori della Serie A?

“Però Alex Sandro e Danilo hanno giocato per tanti anni in Italia. Purtroppo il calcio italiano non è la Premier League”.

Ti fa specie vedere l’Italia fuori per la terza volta consecutiva? Come viene percepita questa cosa in Brasile?

“Sì, mi dispiace. Questa assenza è molto sentita anche in Brasile, perché qui abita la seconda popolazione di origine italiana fuori dall’Italia”.

Che girone è quello del Brasile?

“Il Brasile deve preoccuparsi della prima partita con il Marocco. Poi le altre possono essere difficili o più facili, a seconda del risultato di quella partita, che deciderà chi sarà il primo del gruppo”.

Che cosa significa per te il Torino?

“Il Toro è stato per me una vita vissuta in tre anni, durante i quali ho vissuto alla grande dentro e fuori dal campo, in società e con gli amici. Ho una figlia nata a Torino e allora, in tre anni, mi sembra di aver giocato al Toro per vent’anni. È un fenomeno che mi ha colpito tantissimo. Io ho giocato per 17 anni nel Flamengo, però sono sempre molto attaccato a tutto quello che succede al Toro. Ho visto che hanno organizzato una partita con le vecchie glorie e purtroppo non sono potuto venire per la questione del Mondiale. Tutte le volte che parlo del Toro mi fa molto piacere”.

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