Loquor / "Chissà cosa è passato nella mente di Rafik nel momento in cui è ripartito nella traiettoria parallela alla linea limite dell’area di rigore"

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Torino-Monza 3-2, il postpartita: "La squadra di Abate, la grande protagonista"

Parte dalla destra della zona difensiva del Monza, dove non avrebbe mai dovuto essere ma che pare sia frutto non di una dispersione casuale ma dell’asimmetrica idea di calcio di Ignazio Abate, e si dirige con decisione verso il centro. Rafik Belghali non sa ancora bene cosa fare, ma è posseduto dal coraggio dei valorosi, quello che non ha paura dell’ignoto perché non c’è imprevisto da non poter essere sfidato. Davanti ha la “Maratona” che lo osserva, una curva attraversata da un entusiasmo particolare, quello dal sapore di profezia. Il cuore del tifo Granata non ha smesso di credere nemmeno dopo il goffo retropassaggio di Comuzzo che ha regalato il pareggio al Monza. Stasera è la serata giusta per ottenere finalmente la terza vittoria consecutiva in campionato che manca da anni, e il destino non si può fermare. Nessuno può farlo. Rafik è braccato da un giocatore brianzolo e l’idea potrebbe essere di liberarsi di un pallone divenuto pesante cercando la giusta linea di passaggio, se non fosse che stasera è la sua sera. Allora ferma la sua corsa con una finta che è un inganno di un andare a sinistra in cui l’avversario cade a piene mani: è il momento in cui tante cose si sono decise nella storia di questo straordinario e amato gioco.

Copertina rubrica Loquor su Rafik Belghali post Torino-Monza

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Il cuore si fa particolarmente impavido e la fantasia accelera attraverso tutte le sinapsi, quelle che conservano la memoria dei cortili e degli spazi sterrati di ogni tempo: laddove il calcio conserva se stesso e parte della storia del nostro Continente, che una storia di lampi di bellezza e ingegno incomparabili. Nel Vecchio Continente nel calcio ci ritroviamo come in nessuna altra cosa. Chissà cosa è passato nella mente di Rafik nel momento in cui è ripartito nella traiettoria parallela alla linea limite dell’area di rigore. La coda dell’occhio era sicuramente verso la porta. Dietro la porta, la “Maratona”. L’immigrato di prima generazione algerina, venuto al mondo in quella Lovanio città sintesi di ogni perché europeo, con la sua prestigiosa università cattolica(al momento sono 85.000 i suoi studenti. E’ lì che puoi vedere il futuro, anche il nostro), la sua ricerca verso uno sviluppo innervato da studio che è servizio alla comunità, la sua birra scaturita prima dalla volontà dei monaci e poi ripresa con successo mondiale dai “maitrè de l’orge”: tutto splende di Europa a Lovanio. E’ in quel luogo del mondo che Rafik, crescendo, ha imparato a teorizzare.

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Mentre corre la sagoma della porta gli deve essersi fatta chiara come non mai, e un gol, si sa, nasce sovente nella sintesi tra forza balistica e calcolo geometrico. Il tiro a quel punto parte prendendo il giro e la forza contro i quali nessun portiere potrà mai fare niente. Mentre la palla gira a parabola verso la porta del Monza, la storia del calcio comincia a cantare le sue rime migliori, quelle che nessuna memoria disperderà mai: è gol, e semplicemente gol. La “Maratona” urla di gioia la realizzazione della profezia, Abate si volta verso la sua panchina e sorride di quel tipo di meraviglia che solo lo stupore della bellezza è capace di regalare, tutti i giocatori del Toro vanno a sommergere di abbracci Rafik. La terza vittoria consecutiva si sta concretizzando, ma non è questo a importare di fronte all’Aladino del calcio che ancora una volta ha fatto uscire una perla dalla sua lampada.

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Poco dopo Nikola Vlasic, il capitano, mette dentro la terza rete e corre verso la “Maratona” con le braccia larghe fino ad estremità conosciute solamente dalla felicità. Vuole abbracciare metaforicamente i tifosi, e in questo gesto ricorda una cosa fondamentale scritta nelle pietre senza età: Il calcio è dei giocatori e dei tifosi, e di nessun altro. Se ne facciano una ragione chi cerca da decenni di lucrare sopra questo sport, esso è un’idea di amore insondabile per i mercanti del tempio. Nelle interviste in campo del dopo partita, Rafik parla un inglese fluente ma non comprende l’italiano. Quando non afferra il senso di una domanda, è Vlasic ad intervenire per tradurla in inglese. Lo fa con un gesto quasi amorevole, segno che una squadra sta mettendo solide radici. “Good Enough”, direbbero gli inglesi. La strada è ancora lunga, ma per oggi possiamo essere soddisfatti.

Di Carmelo Pennisi

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